RECENSIONI
Andrew Pyper
Il ladro di sogni
I maestri del thriller (Piemme), Pag.361 Euro 6,90
Romanzo curioso e pasticciato. Quasi inutile.
Ma andiamo con ordine: ad esagerare potrebbe essere una metafora del declino della letteratura (ma proprio ad esagerare, perché poi i noir, in special modo quelli oltreoceano, se ne fregano delle metafore e del 'substrato', vanno al sodo e spesso fanno pure un sacco di soldi).
Inizia bene. A pag. 31 si legge: meno la gente legge, più vuole scrivere. I corsi di scrittura creativa – nelle università, nelle biblioteche, scuole serali, manicomi, prigioni – sono il vero settore in crescita dell'industria basata sull'inchiostro.
Come a dire che tutto il mondo è paese o che il più pulito c'ha la rogna: perché gli Usa sono infestati dai corsi di scrittura, qui in Italia l'andazzo è quanto meno pericoloso, soprattutto per i novelli Proust indigeni e i loro portafogli e, in questo caso specifico, Il ladro di sogni appunto, dove il 'setting' è Toronto, persino il Canada, che sarà pure ai confini dell'Impero ma soffre anch'essa delle stesse malattie.
Perché si diceva del romanzo che è metafora del declino della letteratura? Perché il protagonista Patrick, dopo essere stato licenziato dal giornale per la sua intransigenza, decide di frequentare un gruppo di letterati, guidati da un vecchio scrittore polemista, e quindi emarginato, e capisce, entrando in contatto più diretto con gli altri, che è l'unico ad avere il complesso del foglio bianco, che non ha assolutamente fantasia e che molti anni dopo pubblicherà un libro che sarà un successo planetario ma che è l'esatta trasposizione di una storia che una ragazza leggeva durante le riunioni del gruppo.
Potremmo forse obiettare che i grandi successi editoriali, e quindi gran parte del mercato, sono operazioni a tavolino e spesso rimasticature di altre cose? Ma suvvia! Ma cosa andate a pensare!
Non dimentichiamoci però una cosa: questo è un noir, con tutti i suoi addentellati, e che se l'autore è canadese mica si sposta di una virgola la sostanza. Che sarebbe un vago sentore di perturbanza freudiana, elementi kinghiani di ossessione in un latitudine ancora più nordica dove fa un freddo cane e l'eterno rimando al killeraggio più seriale.
Pasticciato una frega però: personalmente non sono riuscita a spiegarmi (e c'ho mum-mumblato su come avrebbe fatto Paperon de Paperoni) i delitti iniziali che aprono la serie del killer, e il rapimento finale (non vi dico quale per non rovinarvi la sorpresa): come a dire, metà di tutta la storia. Ma insisto col dire che su tutto aleggia un'atmosfera diversa, che l'autore cioè, nonostante il suo impegno a costruire un poliziesco con tutti i crismi, abbia voluto dire qualcos'altro.
O forse sono io che stanca di questa invasione nera, pur di giustificare la recidività dei propri interessi, tenta disperatamente di vedere quello che magari davvero non c'è.
Abbiate pazienza se nel leggere il romanzo voi fruitori non troverete quello che personalmente credevo di scorgere: e magari nemmeno percepite una vaga puzza.
Faccio sempre attempo a chiedere venia.
di Eleonora del Poggio
Ma andiamo con ordine: ad esagerare potrebbe essere una metafora del declino della letteratura (ma proprio ad esagerare, perché poi i noir, in special modo quelli oltreoceano, se ne fregano delle metafore e del 'substrato', vanno al sodo e spesso fanno pure un sacco di soldi).
Inizia bene. A pag. 31 si legge: meno la gente legge, più vuole scrivere. I corsi di scrittura creativa – nelle università, nelle biblioteche, scuole serali, manicomi, prigioni – sono il vero settore in crescita dell'industria basata sull'inchiostro.
Come a dire che tutto il mondo è paese o che il più pulito c'ha la rogna: perché gli Usa sono infestati dai corsi di scrittura, qui in Italia l'andazzo è quanto meno pericoloso, soprattutto per i novelli Proust indigeni e i loro portafogli e, in questo caso specifico, Il ladro di sogni appunto, dove il 'setting' è Toronto, persino il Canada, che sarà pure ai confini dell'Impero ma soffre anch'essa delle stesse malattie.
Perché si diceva del romanzo che è metafora del declino della letteratura? Perché il protagonista Patrick, dopo essere stato licenziato dal giornale per la sua intransigenza, decide di frequentare un gruppo di letterati, guidati da un vecchio scrittore polemista, e quindi emarginato, e capisce, entrando in contatto più diretto con gli altri, che è l'unico ad avere il complesso del foglio bianco, che non ha assolutamente fantasia e che molti anni dopo pubblicherà un libro che sarà un successo planetario ma che è l'esatta trasposizione di una storia che una ragazza leggeva durante le riunioni del gruppo.
Potremmo forse obiettare che i grandi successi editoriali, e quindi gran parte del mercato, sono operazioni a tavolino e spesso rimasticature di altre cose? Ma suvvia! Ma cosa andate a pensare!
Non dimentichiamoci però una cosa: questo è un noir, con tutti i suoi addentellati, e che se l'autore è canadese mica si sposta di una virgola la sostanza. Che sarebbe un vago sentore di perturbanza freudiana, elementi kinghiani di ossessione in un latitudine ancora più nordica dove fa un freddo cane e l'eterno rimando al killeraggio più seriale.
Pasticciato una frega però: personalmente non sono riuscita a spiegarmi (e c'ho mum-mumblato su come avrebbe fatto Paperon de Paperoni) i delitti iniziali che aprono la serie del killer, e il rapimento finale (non vi dico quale per non rovinarvi la sorpresa): come a dire, metà di tutta la storia. Ma insisto col dire che su tutto aleggia un'atmosfera diversa, che l'autore cioè, nonostante il suo impegno a costruire un poliziesco con tutti i crismi, abbia voluto dire qualcos'altro.
O forse sono io che stanca di questa invasione nera, pur di giustificare la recidività dei propri interessi, tenta disperatamente di vedere quello che magari davvero non c'è.
Abbiate pazienza se nel leggere il romanzo voi fruitori non troverete quello che personalmente credevo di scorgere: e magari nemmeno percepite una vaga puzza.
Faccio sempre attempo a chiedere venia.
di Eleonora del Poggio
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