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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Massimiliano Giri

Il senso delle parole rotte

Il Giallo Mondadori, Pag. 240 Euro 6,50
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È arrivato in edicola cinto dall’alloro del Premio Alberto Tedeschi, un concorso istituito nel 1980 in memoria dello storico direttore del Giallo Mondadori, scomparso l’anno precedente, e finalizzato a far emergere autori italiani. Fra i vincitori del passato si annoverano nomi prestigiosi come Loriano Macchiavelli e Carlo Lucarelli.
   Ambientato a Rimini, anche questo romanzo esprime uno dei pregi del giallo italiano: evocare paesaggi, atmosfere e figure caratteristiche del territorio italiano declinato nelle sue variegate realtà regionali.
Il cielo sopra Rimini aveva preso le tonalità brunite della notte.
   Lungo viale Regina Margherita ristoranti e hotel, tirati a lucido per la nuova stagione, si tenevano a braccetto come bambini irrequieti. Gli edifici affacciati sul litorale splendevano di luci cangianti, diffondendo nell’aria uno strano amalgama di valzer zoppicanti e musica dance.
   Giri scrive bene, e questo rende la lettura appassionante e confortevole fin dalle prime righe. Sulla storia non mi dilungo. Parte da un rapimento su cui indagano due investigatori molto particolari, e questo è un altro punto di forza che fa scattare nel lettore la molla della curiosità e dell’empatia.
   Il commissario Matthias Macrelli, titolare dell’indagine, è affetto da una sindrome ossessivo compulsiva che lo costringe a cercare ovunque la rassicurazione della simmetria. Tutto quello che è fuori posto lo mette in ansia, e quello che proprio non quadra  finisce per procurargli attacchi di panico. Il suo punto debole finisce così per diventare un’inaspettata risorsa. Perché quello che, al di là delle apparenze, non quadra è quel tipo di discrepanza che nasconde i nodi cruciali. Quello che richiede un provvidenziale supplemento d’indagine. 
   Ad affiancarlo c’è la dottoressa Sara Brandi, esperta grafologa. Se questa definizione vi evoca un’asettica figura in camice bianco, siete clamorosamente fuori strada. Perché Sara si presenta come una ragazzetta senza peli sulla lingua, ai limiti dell’insolenza, con un’acconciatura che pare fatta apposta per oltraggiare la sobrietà.
… Era una ragazza minuta, vestita con un top aderente a fasciare seni inesistenti, pantaloncini corti mimetici e anfibi slacciati ai piedi. Il braccio destro era tatuato dalla spalla fino al polso da una fitta rete di fantasie floreali giapponesi. Il cranio, rasato su un lato, era ricoperto da una cascata di dreadlock tinti di viola sull’altro. Diversi piercing le scintillavano dalle labbra e dal dorso del naso.
   Il rapporto fra i due è giocato in un gustoso merletto di battibecchi, sfide, sorprese reciproche, e infine reciproci riconoscimenti fondati sull’affinità delle proprie ferite profonde.
   Questi i protagonisti, ma anche gli altri personaggi si fanno notare. Come l’ispettore Angelini, afflitto dal perenne prurito della psoriasi.
   Tutti i personaggi sono sostenuti con il giusto spessore e interfacciati con appropriate relazioni. La storia è ben orchestrata nei diversi piani narrativi che si alternano e si incrociano, fino a sfociare nei dovuti colpi di scena. È quello che si chiede a un buon giallo, ma c’è anche di più.
   Il senso delle parole rotte non è solo un giallo. È un romanzo che indaga sul dolore e sule sue conseguenze. Sulla resilienza e sulla vendetta. Sul potere che ha il dolore nel far emergere i lati oscuri oppure i punti di forza. Si potrebbe dire che questo libro è un manuale sull’uso del dolore sennonché, a differenza dei manuali, funziona come una calamita che dall’inizio alla fine incolla alla pagina gli occhi del lettore.

di Giovanna Repetto


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