RECENSIONI
Jacques Chessex
Il vampiro di Ropraz
Fazi, Pag. 91 Euro 14,00
Era possibile credere all'esistenza di un vampiro nella Svizzera del primo Novecento? Il clima culturale poteva prevederlo: grande povertà, ignoranza assoluta, miseria invincibile. Le idee non circolano, la tradizione pesa, l'igiene moderna è sconosciuta. Avarizia, crudeltà, superstizione, non si è lontani dalla frontiera di Friburgo, dove brulica la stregoneria (pag. 23). L'ultimo lupo era stato ucciso soltanto vent'anni prima.
Le giovani donne erano come "stelle" che "magnetizzavano la follia", secondo l'autore: in un contesto non estraneo agli incesti e alle violenze domestiche più assurde e ripetute, le donne erano oggetto di desiderio – e di stupro – con una certa, triste facilità. Il fatto che simbolicamente qualcuno potesse diventare il colpevole delle colpe segrete e inespresse di tanti serviva a sciacquare qualche coscienza. Così, probabilmente, andarono le cose.
Secondo la prefatrice Daria Galateria, questo è un racconto che va considerato Capolavoro di antropologia con la sua lingua affilata, che stringe precisa il gelo, i vecchi usi e la follia, perché Chessex approda sornionamente al ridicolo dei miti d'oggi, chiudendo in segreta allegria il più esigente dei suoi racconti neri (pag 14-15).
Senza dubbio, l'opera costituisce uno schiaffone alle letterature vampiriche contemporanee; plana nella realtà, e mostra quanto orribile e trista essa sappia essere e rivelarsi, e restituisce i vampiri alla Letteratura Gotica dopo aver umiliato le loro incarnazioni terrene, rurali e quotidiane. Chessex è come un intellettuale illuminista che, per prendersi gioco delle superstizioni, dell'ignoranza e dell'arroganza del popolo, finisce per snudare spettri e feticci del suo inconscio, contraddizioni e contrasti spesso insolubili – il primo, quello tra pubblica menzogna e privata verità; il secondo, quello tra peccatori non smascherati e peccatore inchiodato alla sbarra; il terzo, quello tra desiderio e possesso.
Racconto lungo da interiorizzare e conservare con cura. Scritto in nome dell'intelligenza e della tolleranza, in un'epoca che s'appresta ad ammainare entrambe, è un documento storico e letterario di almeno discreto interesse.
di Gianfranco Franchi
Le giovani donne erano come "stelle" che "magnetizzavano la follia", secondo l'autore: in un contesto non estraneo agli incesti e alle violenze domestiche più assurde e ripetute, le donne erano oggetto di desiderio – e di stupro – con una certa, triste facilità. Il fatto che simbolicamente qualcuno potesse diventare il colpevole delle colpe segrete e inespresse di tanti serviva a sciacquare qualche coscienza. Così, probabilmente, andarono le cose.
Secondo la prefatrice Daria Galateria, questo è un racconto che va considerato Capolavoro di antropologia con la sua lingua affilata, che stringe precisa il gelo, i vecchi usi e la follia, perché Chessex approda sornionamente al ridicolo dei miti d'oggi, chiudendo in segreta allegria il più esigente dei suoi racconti neri (pag 14-15).
Senza dubbio, l'opera costituisce uno schiaffone alle letterature vampiriche contemporanee; plana nella realtà, e mostra quanto orribile e trista essa sappia essere e rivelarsi, e restituisce i vampiri alla Letteratura Gotica dopo aver umiliato le loro incarnazioni terrene, rurali e quotidiane. Chessex è come un intellettuale illuminista che, per prendersi gioco delle superstizioni, dell'ignoranza e dell'arroganza del popolo, finisce per snudare spettri e feticci del suo inconscio, contraddizioni e contrasti spesso insolubili – il primo, quello tra pubblica menzogna e privata verità; il secondo, quello tra peccatori non smascherati e peccatore inchiodato alla sbarra; il terzo, quello tra desiderio e possesso.
Racconto lungo da interiorizzare e conservare con cura. Scritto in nome dell'intelligenza e della tolleranza, in un'epoca che s'appresta ad ammainare entrambe, è un documento storico e letterario di almeno discreto interesse.
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