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CLASSICI

Alfredo Ronci

Io lo chiamo l'uomo viaggiatore, Tonino Guerra lo ha chiamato 'L'uomo parallelo'.

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Impossibile decontestualizzare il romanzo che andiamo a trattare. L'anno di uscita è il 1969: già sufficiente per connotarlo e per non andar raminghi. Anno di speranze ed urla, di sogni ed illusioni, di cambiamenti e di tensione. Anno di confessioni.

Perché il romanzo di Tonino Guerra, recentemente scomparso, è proprio questo: un tentativo tra il surreale ed il poetico, di rappresentarsi schietto e senza filtri. E di ridisegnare la figura dell'uomo che è assai simile al contraltare concettuale di Marcuse, il filosofo tanto in voga in quegli anni: l'uomo ad una dimensione.

C'è molta differenza infatti tra quest'ultimo, umano ridotto al bisogno atavico di produrre e consumare, e la figura del romanzo, costantemente alla ricerca di una proporzione, ma per nulla inserito in un meccanismo che schiaccia. Semmai la durezza a cui soggiace il protagonista de L'uomo parallelo è la memoria.

Confessa: Ogni volta che mi sveglio devo fare uno sforzo per capire dove sono e con chi sono..., ma aggiunge... I miei veri mestieri sono quelli che immagino di fare.

Nulla della storia può far pensare ad un'adesione dell'uomo al principio (sempre marcusiano) della prestazione, cioè del cosa si deve fare a causa del proprio ruolo nel mondo: semmai il contrario. L'eroe, suo malgrado, di questa storia, non ha ruoli se non quello di tentare di ricucire il passato attraverso il ricordo del padre e della terra d'origine.

Andiamo con ordine: il protagonista parte per l'America (stupendo l'incipit, uno dei più affascinanti del novecento italiano: Vorrei sapere chi è stato a fabbricare New York al di là della mia finestra? E chi è tutta quella gente che si muove negli uffici dei grattacieli e dove vanno i neri sulla strada qui sotto) per recuperare una fontana che ha costruito e che ha venduto ad un appassionato. Questo viaggio alla ricerca dei pezzi spediti è una sorta di metafora del tentativo di ricostruire i propri: e quelli che gli appartengono sono inequivocabilmente legati alla sua infanzia, al ruolo di suo padre (bella l'identificazione tra il ritorno del padre dalla guerra e il suo). Ma l'America è un paese che sembra non essere fatto per lui... è un posto dove l'uomo, tutti gli uomini che camminano sono fatti a pezzi, sono già a pezzi e sparsi per tutta la terra d'America che è grande coi suoi deserti ma è piena di questi occhi di queste braccia di questi corpi rotti diseguali che camminano con un piede qui e l'altro chissa di chi è...

Dunque l'uomo è un viaggiatore, ma più che fisico, diremmo dell'animo (addirittura ad un certo punto mette in discussione il viaggio negli USA, come se non lo avesse mai realizzato, come se non lo avesse mai vissuto): una specie di novello DeMaistre che piuttosto che indagare nella propria stanza, investiga tra i meandri della mente e tra i ricordi del suo passato e della sua gente. Fino all'inevitabile conclusione del suo viaggio e del suo percorso esistenziale: Ho smesso di cercare. Mi faccio cercare. Ecco voglio essere una cosa che si cerca.

Non è questo un romanzo che si ricorda, che è conservato negli annali degli eventi: ma ha una sua logica nel chiaro confronto con gli anni che esso rappresenta. Ma ci pare che sia stato persino travisato. 'La Stampa' di allora, con una faciloneria un po' 'provinciale' definì l'opera un racconto disperato col tema dell'incomunicabilità trasferita in chiave di favoloso delirio.

Il personaggio, crediamo, non si sottrae al mondo, quindi alla 'comunicazione', persino 'lo cerca' (anche se effettivamente sembra cercare qualcos'altro) e non si sottrae alla dimensione della memoria, anzi ne fa un centro di interesse permanente (mi chiedo spesso perché nella mia memoria ci sia tutta questa luce abbagliante che lascia soltanto le ombre come la bomba atomica a Hiroscima ha lasciato sui muri le ombre di giapponesi polverizzati), senza cenni di delirio.

Certo, siamo in una realtà che sembra sfuggire da un momento all'altro, filtrata attraverso una lente che potremmo definire onirica (può essere altrimenti per un'artista, Guerra appunto, che ha lavorato per decenni con l'uomo che ci ha fatto sognare più di tutti: Federico Fellini?), ma nulla sembra davvero staccato o isolato.

Dice bene per una volta tanto la quarta di copertina: ... un libro che è il più avventuroso di Tonino Guerra, perché sottratto a ogni ordine fittizio, senza compromessi e senza astuzie di linguaggio, libero da spiegazioni che non siano quelle contenute nelle cose.

E nel romanzo stesso aggiungeremmo noi. Lettura del quale, semmai voleste cimentarvi, che dovrebbe procedere anche per centellinatura: come i sogni, quelli che si ricordano, che vanno gustati anche molto tempo dopo essersi svegliati.





L'edizione da noi considerata è:



Tonino Guerra

L'uomo parallelo

Bompiani - 1969







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