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Il Paradiso degli Orchi
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RACCONTI

Pietro Dell’Acqua

L’allevamento

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Oggi torno da scuola e vedo il mio papà con un grosso regalo non vedo mio fratello.
«Avanti scartalo!»
Dentro c’è un bello nuovissimo gioco meccanico tutto splendente nel suo metallo nuovo nuovo. E i colori e la vernice dicono: «E dov’è il fra?».
«Dai che è pronto da mangiare!» la mamma.

I piatti della mamma sono sempre abbondanti sempre doppie porzioni e si arrabbia sempre se non li ingurgiti. Ci mette tanta cura passione vuole vedere gli ospiti soddisfatti non vuole avanzi da buttare. È un peccato ripete ripete così tutti mangiamo tutto.

«Prima ringraziamo il Signore del cibo che ci dona.»
Mani giunte pensando a un signore tutto vestito di bianco tutto splendente nella sua stoffa nuova nuova fatta di luce.

Nella corsa arranco i miei compagni veloci come il vento dovresti smaltire la trippa dice l’insegnante con il cronometro in mano mentre misura il tempo presente è tutta salute ribatte la mamma mentre tutti mangiano tutto.

«Ti ho portato un presente» la zia.
«Non dovevi.»
«Ma figurati. Ma come siamo diventati grandi!»
Abbasso la testa guardo le braccia grosse le gambe grosse e faccio sì con la testa.
«Su accomodati.»

L’insegnante di storia dice l’uomo vaga per il mondo raccogliendo e cacciando come una pallina elastica impazzita poi comincia a stabilirsi in villaggi in alcuni luoghi coltiva e alleva come una rotella che gira precisa in un congegno meccanico.

I genitori degli altri ci tengono molto ai voti di scuola i miei no. Dalle facce dai sorrisi sereni sembra per loro per me un passatempo come il pallone che rotola rotola nel prato e nei sogni non si ferma mai e scavalca la siepe e attraversa le strade la città e poi galleggia sul mare e salta in cielo e nei sogni scompare nell’universo e ancor più su.

Oggi è festa per la nascita di una sorellina. Conoscenti e vicini vengono a salutare il fiocco rosa e fanno complimenti auguri felicitazioni smancerie alla mamma e al papà che non trova la chiave inglese si tocca la patta come uno strumento di lavoro. Io sono scomparso il mio spazio si riduce forse si annulla. 

«Ti ho portato un presente» la zia.
«Non dovevi.»
«Ma figurati. Ma che bella bambina!»
Alza la testa agita un po’ le braccia guarda fuori e con un risolino scuote leggermente la testa.
«Su accomodati.»

Il banco è stretto per me la sedia piccola gli sguardi perplessi dei bidelli che me lo cambiano come di uno che è nel posto sbagliato. Tutto appare lontano e distante nelle lenti spesse di chi insegna e si rifiuta di imparare e senza sporcarsi le mani con la realtà scrive sulla lavagna uno schema ordinato e pulito dove tutto appare collocato nella colonna giusta nel perfetto scombinato ordine delle cose.

Alla radio una cantante americana dalle labbra carnose bacia continuamente tugheder forever e spara la sua voce sempre più in alto lungo la scala delle note e vuole andar ancor più su ma come il pianoforte si arriva sempre al punto che il tasto successivo manca.

Oggi torno da scuola e vedo mio padre che mi ordina di seguirlo. Non capisco cosa succede ma mi ritrovo chiuso in una gabbia di legno pesante durissimo mi sento stretto non riesco a girarmi. Arriva un signore tutto vestito di un bianco stanco e chiede: «È tutto pronto?».
L’allevatore prende la sua busta coi soldi e il signore viene a ritirarmi mi carica su accende il motore e se ne va.
Una sorellina scarta un grosso regalo.





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