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CLASSICI

Alfredo Ronci

L'ananché di un povero disgraziato: 'Novella storica' di Vittorio Sermonti.

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Di storico c'è l'impianto: e permettetemi la battuta, quello sportivo e quello linguistico. Sportivo perché il giovine Sermonti (neppur tanto, trentasettenne nel 1966, anno di uscita del libro) ambienta la vicenda nella Roma olimpica del '60 e di conseguenza nelle strutture atte alle imprese degli atleti. Dice della gara il protagonista (pure del sottotitolo: 'su come Pierrot Badini sparasse le sue ultime cartucce'): Avrebbe pensato l'Olimpiade essere una universale partusa, all'occasione della quale l'umanità tutta quanta è, nei suoi meglio specimina esemplata, corporalmente si mescola s'impasta si squatra e si tira, tenendo luogo dell'ordinario commercio inter partes pudendas l'intenzione di ogni muscolo e nervo e vena e viscere e ghiandola e osso nel carnale esercizio dell'agone?

Ma la tenzone degli atleti non è sufficiente a spiegare un libro di chiara derivazione gaddiana (ecco l'impianto linguistico di cui sopra: ma poi letta la citazione no?), di tradizione tragica-comica (1966, lo stesso anno de Il serpente di Malerba) e di inusitata improntitudine (chi mai in quei tempi avrebbe potuto confessare un innamoramento omosessuale - 'ermafrocito' avrebbe detto Manfredi - , per di più con un atleta d'oltrecortina?).

Novella storica è oggetto curioso: dimenticato dai più – chissà se il maggiore commentatore di Dante ricorda i suoi trascorsi? – appartiene di sicuro alla sperimentazione e al dettato provocatorio (colto , sconnesso e di sfida: quest'ultima come chiamarla quando s'innesta, quasi a fine romanzo, il dialogo tra alcuni sprovveduti e la compagine russa in perfetto cirillico?). Ma anche rappresentazione, seppur 'elitaria', di una stagione allegrotta col sol dell'avvenire scintillante che non esito a confrontarla con la cinematografia di serie B sprovvista di strati intellettuali. Cos'era Le Olimpiadi dei mariti, con Tognazzi, Vianello, Scala e Mondaini se non una recita, meno figa e linguisticamente pertinente, ma specchio di una società in continuo movimento e in cerca di divertimento e goliardie?

In ambedue i casi si sorride e ci si vede raccontare il passato con leggerezza: puttanieri, manco a dirlo i nostri eroi di varieté, e in cerca di avventure e mignotte gli eroi di Sermonti (soprattutto Biondo Tripoli che se la scorrazza con una 'bomba sexy'). Ma ahinoi è in agguato la sorpresa romanzata, che nel '66, era ardita come l'ateismo sbattuto in faccia alla Sacra Congregazione delle figlie ardite della Mater Dolorosa: appunto l'innamoramento del protagonista per l'atleta russo Boris Shakhlin della Provincia di Tjumen al di là degli Urali, di anni ventotto (e davvero esistito. Anzi, uno degli atleti più medagliati della storia delle Olimpiadi moderne).

Tuttavia, nonostante l'ardita trama – seppur subitanea perché la fiamma della passione del Badini è improvvisa, senza ulteriori spiegazioni e si macchia di una traccia di nostalgia solo alla partenza della compagine russa – la Novella storica rimane un gioco ed essenzialmente uno sfizio, al di là di qualsiasi considerazione dietrologica o addirittura moralistica. Supportato in questo da un giudizio dello stesso autore che quasi a fine vicenda si esprime così: ... speranza che in quegli estremi fogli s'annidi tutto l'ethos o tutt'il pathos o il contrassegno almeno della sconsolata gettatezza di quell'opera lì, a nobilitare sull'orlo del nulla con un significato qualsisia un tanto trafelarsi; disappunto che si fa sempre più sordo e giallo e somigliante un rimorso con lo scemare delle carte, cioè di ogni pretesto fisico della speranza.

L'autore dunque chiama 'il pretesto fisico della speranza' l'opportunità del lettore di scovare al di là degli spunti: forse rimane, invece, l'unica carta di lettura quella della superficie prima e nient'altro.

E allora godiamoci i calembour linguistici del Sermonti quando addirittura anticipa la moda dei colmi e delle freddure: un'atleta russa che non esiste? "La Cocimelova?" domandava un vicino dal sorriso bizzarro. "Poveraccia"! No, nun c'è. Quela sì ch'era brava. S'è ridirata stammatina." E come non lo soccorreva alcuna lepidezza speciale, pretese almeno dare mostra di aver còlto quella dell'obeso, e rise con artificiosa convulsività.

E godiamo pure di quest'accenno a pratiche immorali, al vizio innominabile che negli anni sessanta si pagava di brutto. Ma Sermonti non era Bindi: quest'ultimo a cantare amori impossibili e a pagare di persona. Il primo a scherzarci sopra e a riderne. Di quei tempi forse l'unico.





L'edizione da noi considerata è:



Vittorio Sermonti

Novella storica. Su come Pierrot Bandini sparasse le sue ultime cartucce.

Garzanti - 1966









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