CLASSICI
Alfredo Ronci
L’ancor più misterioso Yukio Mishima: La scuola della carne.

Inutile aggiungere altro. Si sono dette tante e troppe cose su Mishima che insistere sul suo affascinante e appunto misterioso comportamento potrebbe infastidire qualche lucido intellettuale.
Ma questo romanzo, datato 1963, lascia più di qualche lettore in preda a non poche inquietudini, anche se la scorrevolezza e la complessità dello stesso è lontano da qualsivoglia traccia di banale insulsaggine.
Ne La scuola della carne Mishima sembra voler offrire un quadro diverso del solito (ma mi chiedo perché quando si parla di sesso, perché di questo il romanzo è pervaso, si debba comunque accedere ad una via differente dalla mera consuetudine): Taeko, una elegante e facoltosa trentanovenne di Tokio, proprietaria di un atelier, non vuole rinunciare al proprio stile di vita e libertà (… Le donne divorziate sono naturalmente portate a stringere amicizia tra loro. Lo stesso valeva per Asano Taeko e il suo piccolo clan.), e durante una serata con le amiche incontra il giovane Senkichi in un gay bar: L’attrazione è immediata, una sorta di magia che scaturisce dalla carne del giovane, che la donna accetta senza troppe perturbazioni e con l’intento invece di lasciarsi suggestionare fino alle estreme conseguenze.
Da qui una serie di interrogativi (sulla vita? Sull’essere? Sulla condizione della donna?) che tentano di dare un tono drammatico all’evento. Evento che invece avrà un esito diverso, pietista se vogliamo seguire le sensazioni della donna, e che ne determinerà un’uscita questa sì diversa ed quasi inaspettata.
Indubbiamente siamo di fronte ad argomenti differenti rispetto alla poetica di Mishima: anche l’accanimento di Taeko nei confronti del giovane corpo, seppur invadente ed ossessivo non va mai al di là di un ingannevole trappola dei sentimenti, ancor meno ad un pruriginoso effetto voglioso e dissoluto. In realtà siamo di fronte ad un naturale e riverente colpo di fulmine senza esiti particolari.
E dunque Mishima? Se dobbiamo dar retta a chi dice che nello scrittore politica ed estetica si confondono (e c’è pure chi si ostina a citare il suo biglietto d’addio quando si suicidò) ne La scuola della carne non troviamo nulla di tutto ciò. Probabilmente l’intento di Mishima era quello di offrire un prodotto assai commercializzabile, sempre però con il proposito di dare un assetto non banale o tanto meno contestabile.
Ma la critica dello scrittore al Giappone moderno (comprese le ingerenze americane post-belliche), evidenti in altri suoi romanzi e nella vita quotidiana, in questa storia si affacciano qua e là, anche se nascoste dall’intento di offrire un palcoscenico adatto alle esigenze delle protagoniste (assai divertente, per esempio, l’episodio in cui lo stilista francese Yves Saint Laurent sviene prima di una sfilata di moda).
Non credo che si debba cercare altro in questo romanzo: l’ossessione per il corpo di Senkichi non è assolutamente paragonabile alle tensioni muscolari e gay del Mishima più corporale ed ossessivo, come le passioni di Taeko non sono affatto conciliabili con quello che lo scrittore sublimò nella sua bellezza compulsiva e poetica.
Non si può dire nemmeno che La scuola della carne sia stato un rovinoso romanzo occidentale (figuriamoci, alcuni critici in bella vista lo paragonano a Colazione da Tiffany di Capote): no, il romanzo in questione è un disadorno e poco opprimente quadro sociale, dove a regnare, forse, sono il danaro e la bella condizione di vita. La bella condizione che il giovane ed aitante Senkichi tenta di scalare e sul cui raggiungimento dovrò scendere a patti con la preziosa Taeko.
Per altre suggestioni o altri concetti filosofici credo sia il caso di scegliere direzioni diverse. Mishima è stato senza dubbio uno scrittore differente. E di ben altra portata. Ma questo romanzo non è affatto un prodotto ingannevole o subdolo.
Ma questo romanzo, datato 1963, lascia più di qualche lettore in preda a non poche inquietudini, anche se la scorrevolezza e la complessità dello stesso è lontano da qualsivoglia traccia di banale insulsaggine.
Ne La scuola della carne Mishima sembra voler offrire un quadro diverso del solito (ma mi chiedo perché quando si parla di sesso, perché di questo il romanzo è pervaso, si debba comunque accedere ad una via differente dalla mera consuetudine): Taeko, una elegante e facoltosa trentanovenne di Tokio, proprietaria di un atelier, non vuole rinunciare al proprio stile di vita e libertà (… Le donne divorziate sono naturalmente portate a stringere amicizia tra loro. Lo stesso valeva per Asano Taeko e il suo piccolo clan.), e durante una serata con le amiche incontra il giovane Senkichi in un gay bar: L’attrazione è immediata, una sorta di magia che scaturisce dalla carne del giovane, che la donna accetta senza troppe perturbazioni e con l’intento invece di lasciarsi suggestionare fino alle estreme conseguenze.
Da qui una serie di interrogativi (sulla vita? Sull’essere? Sulla condizione della donna?) che tentano di dare un tono drammatico all’evento. Evento che invece avrà un esito diverso, pietista se vogliamo seguire le sensazioni della donna, e che ne determinerà un’uscita questa sì diversa ed quasi inaspettata.
Indubbiamente siamo di fronte ad argomenti differenti rispetto alla poetica di Mishima: anche l’accanimento di Taeko nei confronti del giovane corpo, seppur invadente ed ossessivo non va mai al di là di un ingannevole trappola dei sentimenti, ancor meno ad un pruriginoso effetto voglioso e dissoluto. In realtà siamo di fronte ad un naturale e riverente colpo di fulmine senza esiti particolari.
E dunque Mishima? Se dobbiamo dar retta a chi dice che nello scrittore politica ed estetica si confondono (e c’è pure chi si ostina a citare il suo biglietto d’addio quando si suicidò) ne La scuola della carne non troviamo nulla di tutto ciò. Probabilmente l’intento di Mishima era quello di offrire un prodotto assai commercializzabile, sempre però con il proposito di dare un assetto non banale o tanto meno contestabile.
Ma la critica dello scrittore al Giappone moderno (comprese le ingerenze americane post-belliche), evidenti in altri suoi romanzi e nella vita quotidiana, in questa storia si affacciano qua e là, anche se nascoste dall’intento di offrire un palcoscenico adatto alle esigenze delle protagoniste (assai divertente, per esempio, l’episodio in cui lo stilista francese Yves Saint Laurent sviene prima di una sfilata di moda).
Non credo che si debba cercare altro in questo romanzo: l’ossessione per il corpo di Senkichi non è assolutamente paragonabile alle tensioni muscolari e gay del Mishima più corporale ed ossessivo, come le passioni di Taeko non sono affatto conciliabili con quello che lo scrittore sublimò nella sua bellezza compulsiva e poetica.
Non si può dire nemmeno che La scuola della carne sia stato un rovinoso romanzo occidentale (figuriamoci, alcuni critici in bella vista lo paragonano a Colazione da Tiffany di Capote): no, il romanzo in questione è un disadorno e poco opprimente quadro sociale, dove a regnare, forse, sono il danaro e la bella condizione di vita. La bella condizione che il giovane ed aitante Senkichi tenta di scalare e sul cui raggiungimento dovrò scendere a patti con la preziosa Taeko.
Per altre suggestioni o altri concetti filosofici credo sia il caso di scegliere direzioni diverse. Mishima è stato senza dubbio uno scrittore differente. E di ben altra portata. Ma questo romanzo non è affatto un prodotto ingannevole o subdolo.
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