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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Fredrik Sjöberg

L’arte della fuga

Iperborea, Traduzione di Fulvio Ferrari, Pag. 192 Euro 16,00
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«Perché dovrei fare due volte quel che ho già fatto una volta in modo perfetto?» pare abbia detto Thoreau riferendosi all’arte di fare le matite, imparata dal padre in giovane età ma ben presto abbandonata. Questo aforisma, che Sjöberg pesca dall’introduzione di Frans G. Bengtsson al Walden, si lascia applicare alla strana carriera letteraria del naturalista svedese e al suo modo stratificato e sfuggente di affrontare l’incommensurabile e il minuscolo, i grandi temi e i dettagli dimenticati. Prima la pars destruens: Flytkonsten (Nya Doxa, 2006) aggiunge poco o nulla al «caso Sjöberg», e non sorprende che in Italia, come in Germania, esca dopo Il re dell’uvetta (Russinkungen, Nya Doxa, 2009; Iperborea, 2016) pur precedendolo. Ne L’arte della fuga non vi è più traccia di sirfidi o lombrichi, e la dionisiaca messa in abisso dei due volumetti già noti al pubblico italiano stavolta cede il passo a un’indagine biografica più apollinea, incentrata su un acquerellista svedese fissato coi pini che finisce per fondare la pittura nazionale americana. Riecco il minuscolo – una biografia ricostruita a fatica, un artista vagabondo e poco apprezzato in patria – e l’incommensurabile: il Grand Canyon, dipinto ossessivamente dall’artista e convitato di pietra del libro. In questo, Fredrik Sjöberg replica una formula collaudata: non una singola immagine dei quadri di Gunnar Widforss (1879-1934) correda il testo, nemmeno in copertina, e l’asticella della descrizione non supera mai l’ambito del microscopico. Il Grand Canyon c’è ma non si vede, ché descriverlo sarebbe peccato mortale. E malgrado dal lavoro di ricerca emerga una precisa supposizione circa la biografia di Widforss, non viene esplicitata: resta tra le righe ed è compito del lettore più zelante, o malizioso, unire i puntini. L’arte della fuga replica il metodo ideato per il «collezionista di mosche» René Malaise e lo consolida, con l’aggiunta dell’ambientazione americana, preparando il terreno per il terzo capitolo di quella che possiamo chiamare trilogia, dedicato al «re dell’uvetta» Gustaf Eisen. Chiarito questo, i lettori più abitudinari penderanno ancora una volta dalle labbra di Sjöberg, prevedendone le mosse, gli umori e le frecciate, mentre quelli più esigenti potrebbero sbadigliare qui e là. Le costanti positive di questo terzo/secondo volume sjöberghiano sono prima di tutto la traduzione di Fulvio Ferrari e in seconda battuta i commenti a margine dell’autore, malta caustica di un’architettura narrativa volta a ricostruire il minuscolo su uno sfondo maestoso. La disinvoltura con cui l’autore spara a zero su grandi temi e mostri sacri è irresistibile, e tutto sommato giustifica la trasformazione di un colpaccio letterario – L’arte di collezionare mosche – in metodo seriale. Un esempio per tutti, rubricabile sotto l’eterna lotta tra natura e cultura: Sjöberg vs. Arte contemporanea. «Raramente, negli ultimi cento anni, l’arte è stata più comprensibile di oggi. Critica sociale trasgressiva e provocazione, un alternarsi di disgusto e di giocosa ironia: anche un bambino può capire qual è l’obiettivo […] E poi io sono più biologo che intenditore d’arte e dunque interessato più che altro al sesso. Come forza motrice, intendo» (p. 70).

di Simone Buttazzi


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Gustoso


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Il re dell’uvetta

Iperborea, Pag. 226 Euro 16,00

E' proprio questo a far rizzare le antenne di Sjöberg: il crinale tra genio e follia, la sottile linea che separa il colpaccio dalla cantonata. . Stiamo parlando di Gustaf Eisen (1847-1940), personaggio eclettico fino al parossismo.

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