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CLASSICI

Alfredo Ronci

'La Cazzaria' di Antonio Vignali: del cazzo e della sua cognizione.

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Capolavoro ignoto del cinquecento senese, questo del Vignali, da inserire nella letteratura oscena che, allora più di oggi, arricchiva le tentazioni nazional-popolari degli eruditi più sfiziosi.
A tal punto capolavoro osceno che subito dopo l'uscita, in pochi esemplari, determinò l'allontanamento dell'autore, detto anche Arsiccio Intronato dell'Accademia degli Intronati, dalla sua città natale.
Inutile ripercorrere le tappe storiche di siffatta opera: meglio meditar sul suo recupero e sull'edizione presente, del 1990 che, dopo quella del 1984, colmava un vuoto inspiegabile se non fosse che dell'oscuro e del misterioso, quando poi delle cose sessuali si tratta e si discetta, il popolo sovrano italiano ha poca dimestichezza e malia.
Perché Vignali fu subito spiccio nel perorare la fatica intellettuale: La Cazzaria, o viluppo di cazzi, non è altro che cognizione delle cose naturali, sottolineando pure la novità del trattato partendo da una questio fondamentale, ma triviale: perché i coglioni, nell'atto del fottere, non entrano nel culo o nella potta (intendasi fica).
Il libro parte da un topos letterario, il ritrovamento, da parte di un amico dell'Arsiccio, di un manoscritto basato sulle di lui ragioni de le circostanze del fottere. E successivamente sul dialogo (conte philosophique?) tra il sodomitico e il godereccio, tra il protagonista ed il suo amico e confidente Sodo (!), ma anche un apologo (la seconda parte) sulle vicende politiche del tempo della Siena rinascimentale.
Si dà per scontato l'interesse del lettore soprattutto per la parte iniziale, che non solo di cazzi vive, ma anche del trionfo del culo, della potta, dei coglioni e dell'utilizzo di essi e in più sull'interrogarsi su faccende dell'ars amandi. Come per esempio: Perché la potta è chiamata natura? Perché i frati utilizzano la confessione (... per poter investigare e sapere se alcuno piacere si trova tra i secolari che a loro fusse incognito... e si racconta del frate Angelo che rompe il culo a frate Paolino). Perché il culo delle donne non è peloso? Perché il culo è il primo onorato? Perché l'uomo dopo aver cagato mira subito la merda? Perché si chiama fottere contro natura il fottere le donne dietro?
Non aggiungerei altro per non tediare (o pungolare?) i lettori, ma vien subito agli occhi che la fantasia irrefrenabile (Cesare Cases) del Vignali cozza allora, come cozzerebbe oggidì, e oggidì forse di più, contro l'eventualità che un dialogo così scritto, e per pararsi il culo in latino, determini una risposta non benevola delle autorità. Quasi con disperazione l'autore tenta di sostenere l'assoluta naturalezza dell'ipotetico trattato: non la dannassero per opera disonesta, sentendo tanto spesso ricordare cazzo, potta, culo, coglioni, fottere in culo e altri simili, di che il libro è tutto pieno. E amichevole anche il suggerimento dell'amico Sodo che nella probabilità di censura gli suggerisce un'epistola ne la quale mostrerei che chi dice male di queste cose è un ignorante, e gli proibirei che volendola biasimare non la leggesse.
Ma Arsaccio l'Intronato dell'Accademia degli Intronati (cioè il Vignali) è anima leggera eppure colta, e che dell'opera sua, che vuol redarre in latino, non si abbia disdoro, perché i grandi autori del passato scrivevano altrettanto e della stessa materia: ma quello che mi ha più indotto a scrivere del cazzo in quella lingua è ch'io considero che, essendo così, non la leggeranno se non gli uomini dotti, quali, benché sia opera disonesta, non però si faranno i loro costumi manco buoni, né meno mi biasimeranno sapendo quanto Ovidio, Apuleio e gli altri latini abbiano lungamente trattato dell'arte del fottere, e Marziale, Orazio e Virgilio del cazzo.
Ben sapeva il Vignali del potere e dei lacché (ogni epoca ha avuto la sua democristianità e i parti settimini dell'UDC , per non parlare del maschilismo fallico e materiale della Lega) affermando che... noi potiamo ben vedere essere avvenuto infino a questa nostra età, ove i ricchi e potenti sono più nemici dell'arti liberali che 'l can dell'aglio... tanto che destino quasi scontato fu il suo allontanamento, come si diceva innanzi, dalla sua patria, ma che essendo intellettuale e uomo di cultura finì in una corte straniera. Ma della di lui opera oscena se ne parlò, a mozzichi e bocconi, sempre evitando una trivializzazione che invece potrebbe accadere se si vedesse ne La Cazzaria solo l'aspetto libertino e gaudente.
Fu davvero altro, convincendoci poi dell'assoluta naturalezza della sessualità anale che, come direbbero i freudiani et similia (testimone ne è, in appendice al volume in questione, il breve saggio dello psicanalista Wilhelm Stekel), fu invece sistematicamente repressa dalla Civiltà.
Si potrebbe solo appuntare che grattando l'opera, tra il dialogo e l'apologo, s'arrivi a condannare Il Vignali di una misoginia volgare e pesante e che la paura sua (evidentissima!) di una vagina troppo grande come addirittura fobia collettiva, rientri tuttavia nel contesto e nella contestualità tutta maschile e maschilista. Ma non si può pretendere di più dalla fica... ops, volevo dire dalla vita.


L'edizione da noi considerata è

Antonio Vignali (Arsiccio Intronato)
La cazzaria
Edizioni dell'Elefante - 1990





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