ATTUALITA'
Stefano Torossi
La Magnifica Fregatura
Passata una settimana, come risarcimento per la cupezza di quella precedente ce ne andiamo a spasso per la stessa Roma che ci aveva tanto rabbuiati. E naturalmente, troviamo tutto diverso.
All’Arco di Giano, nella zona che gli sventramenti degli anni ’30 hanno liberato dalle catapecchie medievali (con qualche probabile sacrificio di edifici di valore), la Fondazione Fendi di tanto in tanto ci ospita, in un suo spazio restaurato, con proposte interessanti. Oggi c’è questo El Greco arrivato dritto dall’Hermitage. Bel quadro, bene illuminato in una stanza altrimenti tutta buia, che è precisamente il modo migliore per apprezzare un’opera d’arte: attenzione concentrata sulla luce e nessuna distrazione.
Dopo, per non farci mancare niente, due passi e siamo ai Mercati Traianei per “Cives, Civitas, Civilitas” bel titolo di una mostra struggente non tanto per quello che racconta (interessanti plastici di edifici romani dell’epoca imperiale) quanto per quello che ci fa rimpiangere perché, a testimonianza di tutta quella magnificenza, rimangono solo frammenti, a loro volta magnifici per la bellezza dell’esecuzione, per la forza della rappresentazione e, non ultimo, per lo splendore dei materiali. E’ che perfino un piccolo pezzo di marmo squisitamente lavorato mantiene tutta la sua magnificenza anche dopo i millenni.
E poi è impossibile rimanere indifferenti di fronte a ciò che si vede dall’alto dei Mercati mentre il sole comincia a scendere dietro quella che sembra una magnifica quinta di teatro e invece è Roma.
Magnifico come il magnifico crepuscolo è il “Magnificat” di Angelo Bruzzese che ascoltiamo pochi minuti dopo nel concerto di apertura del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, magnificamente eseguito fra i fiori e sullo sfondo del barocchissimo tabernacolo della basilica dei Santi Cosma e Damiano, un edificio spuntato nei secoli fra le mura del Foro della Pace e del Tempio di Romolo, che sta proprio dietro l’angolo.
Sempre per non farci mancare niente, appena usciti dal concerto (nel frattempo si è rannuvolato), ecco come ci stravolgono l’anima le colonne della Basilica Ulpia in uno strepitoso bagno di colori che, sorprendentemente, richiamano quelli del Greco.
E poi, tanto per gradire, tornando a casa, la buona notte ce la danno i marmi magnificamente illuminati del Tempio di Marte Ultore al Foro di Augusto.
Ora, ditemi se questa non è la vera Magnifica Fregatura di Roma, la sua maledizione, perché quando a uno che fa due passi, non di più, per il centro, la città gli sbatte in faccia questa magnificenza, ma come ci si può aspettare che vada a letto presto per essere efficiente l’indomani in ufficio, che parcheggi correttamente per non intralciare, che faccia la raccolta differenziata?
Certo che potrebbe farlo, il romano, tutto questo, ma bisogna riconoscere che anche lui è umano, debole, ricattabile e anche un po’ ubriaco. Ubriaco di bellezza. Che sta lì, e non serve andare a lavorare per averla.
E’ una situazione senza uscita. Non ce la faremo mai.
All’Arco di Giano, nella zona che gli sventramenti degli anni ’30 hanno liberato dalle catapecchie medievali (con qualche probabile sacrificio di edifici di valore), la Fondazione Fendi di tanto in tanto ci ospita, in un suo spazio restaurato, con proposte interessanti. Oggi c’è questo El Greco arrivato dritto dall’Hermitage. Bel quadro, bene illuminato in una stanza altrimenti tutta buia, che è precisamente il modo migliore per apprezzare un’opera d’arte: attenzione concentrata sulla luce e nessuna distrazione.
Dopo, per non farci mancare niente, due passi e siamo ai Mercati Traianei per “Cives, Civitas, Civilitas” bel titolo di una mostra struggente non tanto per quello che racconta (interessanti plastici di edifici romani dell’epoca imperiale) quanto per quello che ci fa rimpiangere perché, a testimonianza di tutta quella magnificenza, rimangono solo frammenti, a loro volta magnifici per la bellezza dell’esecuzione, per la forza della rappresentazione e, non ultimo, per lo splendore dei materiali. E’ che perfino un piccolo pezzo di marmo squisitamente lavorato mantiene tutta la sua magnificenza anche dopo i millenni.
E poi è impossibile rimanere indifferenti di fronte a ciò che si vede dall’alto dei Mercati mentre il sole comincia a scendere dietro quella che sembra una magnifica quinta di teatro e invece è Roma.
Magnifico come il magnifico crepuscolo è il “Magnificat” di Angelo Bruzzese che ascoltiamo pochi minuti dopo nel concerto di apertura del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, magnificamente eseguito fra i fiori e sullo sfondo del barocchissimo tabernacolo della basilica dei Santi Cosma e Damiano, un edificio spuntato nei secoli fra le mura del Foro della Pace e del Tempio di Romolo, che sta proprio dietro l’angolo.
Sempre per non farci mancare niente, appena usciti dal concerto (nel frattempo si è rannuvolato), ecco come ci stravolgono l’anima le colonne della Basilica Ulpia in uno strepitoso bagno di colori che, sorprendentemente, richiamano quelli del Greco.
E poi, tanto per gradire, tornando a casa, la buona notte ce la danno i marmi magnificamente illuminati del Tempio di Marte Ultore al Foro di Augusto.
Ora, ditemi se questa non è la vera Magnifica Fregatura di Roma, la sua maledizione, perché quando a uno che fa due passi, non di più, per il centro, la città gli sbatte in faccia questa magnificenza, ma come ci si può aspettare che vada a letto presto per essere efficiente l’indomani in ufficio, che parcheggi correttamente per non intralciare, che faccia la raccolta differenziata?
Certo che potrebbe farlo, il romano, tutto questo, ma bisogna riconoscere che anche lui è umano, debole, ricattabile e anche un po’ ubriaco. Ubriaco di bellezza. Che sta lì, e non serve andare a lavorare per averla.
E’ una situazione senza uscita. Non ce la faremo mai.
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