RECENSIONI
Matteo Di Giulio
La Milano d'acqua e sabbia
Fratelli Frilli Editori, Pag. 251 Euro 10,90
La Milano d'acqua e sabbia lì per lì, ti fa venire in mente La donna della domenica di Fruttero & Lucentini, ma giusto perché parliamo di crimini ed edilizia. Però, diciamolo subito, il libro di Matteo Di Giulio non vuole né spaziare, né spiazzare; e, pur essendo quella la materia, qui non trovate niente grottesco, niente basso intrigo all'italiana con macchia di sugo da gran rigurgito di basse aspirazioni.
Eppure l'Italia dell'Abruzzo spazzato via da un terremoto che manco uno scosso di suo se ne accorgeva, è argomento che ce lo invidiano tutti. Del resto, oggi, tutti ci invidiano l'Italia, perché anche solo a rimanere nel campo del mattone, con i chilometri di nuove periferie da incubo e le speculazione finanziarie annesse, l'Italia non è forse il luogo metaforico per eccellenza dove si può e deve esercitare ogni mente satirica? Non è forse il bel paese, il luogo di quel dio Remont, il dio dei "Lavori in corso" di cui parlava il povero Bulgakov incastrato nella Russia di Stalin? E certo, perché, a dirla tutta, la Seconda Repubblica (gente che vive con altre dieci persone in un appartamento; un'intera generazione ridotta a bassissima manovalanza; libertà di stampa negata, e psicologi in classe fin dai sei anni a dimostrarti la differenza fra bene e male: il dissenso è nevrosi; la cura va dallo xanax all'ufficio di igiene mentale) è l'apoteosi dello stalinismo. E potremmo vantarci anzi di avere varato, unici, uno stalinismo disneiano, se non ci facessero compagni in questo gli Emirati Arabi (gli emirini si sono convinti a sottostare, con dubbia dignità personale, alla dittatura di un re poeta sotto il compenso del dono ad personam di case, automobili, e denaro a tonnellate; ma gli italiani in cambio di cosa ubbidiscono al loro re giullare?).
Insomma niente Fruttero & Lucentini, niente Gadda e via dicendo.
Ma va bene così, perché un giallo, e nella maniera più scarna, e magari sgangherata e disimpegnata, può anche solo impegnarsi ad essere un giallo. Un giallo, in verità, ha sempre qualcosa di implicitamente pericoloso, pure nelle sue risoluzioni più positiviste. E sarà forse per questo che è impegno di molti di disinnescarne l'essenza.
Per esempio questo libro: buona trama, intreccio ineccepibile, personaggi come si deve, dialogo da manuale di sceneggiatura (con tanto di conteggio delle battute) e, soprattutto una lingua di plastica laccata dove di sugo, di anima, non ce ne tiri fuori niente.
Ed è soprattutto quest'ultimo il punto focale. La Milano d'acqua e sabbia è un libro in bilico tra l'essere una ipotetica lettura da spiaggia e un corpo morto dove sbizzarrire certo estro archivistico e compiacimento nel già visto, non tanto per le sue tante citazioni e per le sue ricombinazioni letterarie (lo stesso procedimento di sovrelaborazione culturale può portare a Michelangelo, o al Dada), ma quanto piuttosto per la sua lingua.
Deve essere in atto, e lo testimonia anche questo piccolo libro, un ben determinato processo antropologico, quello della riduzione dell'immaginazione a immaginario, della vita ad esistenza sociale, che passa per questo salto di qualità linguistico: lingue inespressive, inagettivali, senza corpo e spessore, dove è sistematicamente censurata la sintassi e il lessico "strano".
"Strano", nella nostra società xenofoba, sta per malato. E la lingua strana è quella lingua troppo alta, troppo bassa, troppo difficile, o troppo semplice, troppo volgare, locale, troppo lunga o troppo breve, che la medietà di ciò che è normale deve escludere, che ci insegnano a riconoscere come male dai sei anni (pena lo xanax).
Ovvio che, tornando a un giudizio sul libro, la sua medietà ne fa un libro mangiabile per l'immaginario pubblico da spiaggia della prossima estate.
di Pier Paolo Di Mino
Eppure l'Italia dell'Abruzzo spazzato via da un terremoto che manco uno scosso di suo se ne accorgeva, è argomento che ce lo invidiano tutti. Del resto, oggi, tutti ci invidiano l'Italia, perché anche solo a rimanere nel campo del mattone, con i chilometri di nuove periferie da incubo e le speculazione finanziarie annesse, l'Italia non è forse il luogo metaforico per eccellenza dove si può e deve esercitare ogni mente satirica? Non è forse il bel paese, il luogo di quel dio Remont, il dio dei "Lavori in corso" di cui parlava il povero Bulgakov incastrato nella Russia di Stalin? E certo, perché, a dirla tutta, la Seconda Repubblica (gente che vive con altre dieci persone in un appartamento; un'intera generazione ridotta a bassissima manovalanza; libertà di stampa negata, e psicologi in classe fin dai sei anni a dimostrarti la differenza fra bene e male: il dissenso è nevrosi; la cura va dallo xanax all'ufficio di igiene mentale) è l'apoteosi dello stalinismo. E potremmo vantarci anzi di avere varato, unici, uno stalinismo disneiano, se non ci facessero compagni in questo gli Emirati Arabi (gli emirini si sono convinti a sottostare, con dubbia dignità personale, alla dittatura di un re poeta sotto il compenso del dono ad personam di case, automobili, e denaro a tonnellate; ma gli italiani in cambio di cosa ubbidiscono al loro re giullare?).
Insomma niente Fruttero & Lucentini, niente Gadda e via dicendo.
Ma va bene così, perché un giallo, e nella maniera più scarna, e magari sgangherata e disimpegnata, può anche solo impegnarsi ad essere un giallo. Un giallo, in verità, ha sempre qualcosa di implicitamente pericoloso, pure nelle sue risoluzioni più positiviste. E sarà forse per questo che è impegno di molti di disinnescarne l'essenza.
Per esempio questo libro: buona trama, intreccio ineccepibile, personaggi come si deve, dialogo da manuale di sceneggiatura (con tanto di conteggio delle battute) e, soprattutto una lingua di plastica laccata dove di sugo, di anima, non ce ne tiri fuori niente.
Ed è soprattutto quest'ultimo il punto focale. La Milano d'acqua e sabbia è un libro in bilico tra l'essere una ipotetica lettura da spiaggia e un corpo morto dove sbizzarrire certo estro archivistico e compiacimento nel già visto, non tanto per le sue tante citazioni e per le sue ricombinazioni letterarie (lo stesso procedimento di sovrelaborazione culturale può portare a Michelangelo, o al Dada), ma quanto piuttosto per la sua lingua.
Deve essere in atto, e lo testimonia anche questo piccolo libro, un ben determinato processo antropologico, quello della riduzione dell'immaginazione a immaginario, della vita ad esistenza sociale, che passa per questo salto di qualità linguistico: lingue inespressive, inagettivali, senza corpo e spessore, dove è sistematicamente censurata la sintassi e il lessico "strano".
"Strano", nella nostra società xenofoba, sta per malato. E la lingua strana è quella lingua troppo alta, troppo bassa, troppo difficile, o troppo semplice, troppo volgare, locale, troppo lunga o troppo breve, che la medietà di ciò che è normale deve escludere, che ci insegnano a riconoscere come male dai sei anni (pena lo xanax).
Ovvio che, tornando a un giudizio sul libro, la sua medietà ne fa un libro mangiabile per l'immaginario pubblico da spiaggia della prossima estate.
di Pier Paolo Di Mino
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