ATTUALITA'
Stefano Torossi
La bella gioventù

La nostra amica Dobrina Gospodinoff, flautista e primo ottavino dell’Orquesta Filarmònica de Gran Canaria ha scritto un libriccino di fulminanti miniracconti. Eccone uno: “Ci eravamo dati appuntamento in questo bar con gli antichi compagni di liceo, ma a quanto pare non è venuto nessuno: c’è solo una tavolata di vecchietti là, in fondo alla sala.”
Noi invece, consapevolissimi, anche se non troppo preoccupati del passare del tempo, organizziamo pranzi con gli antichi compagni di un’altra scuola: la mitica casa editrice musicale ed etichetta discografica RCA. E ci riuniamo in questo ospitale e ottimo ristorante di pesce a Viale Mazzini, vicino alla Rai, il “7 Gradi Nord”, dove, martedì 20 alle 13, in cinque facevamo 412 anni.
Certo, insieme al gran numero dei secoli, c’è anche quello degli acciacchi, con relative protesi. Due set di apparecchi acustici, quattro coppie di cataratte fatte e una in programma, un bastone, una stampella e una Molla di Codevilla (!), qualche testa di femore incrinata, qualche anca da rinforzare e naturalmente, sulla tovaglia, una batteria di portapillole. Di prostata non si è parlato per pudore.
Davanti a un gran piatto di cozze e forniti dei bavaglini di ordinanza (perché talvolta la mano trema e la cravatta s’impatacca), la vecchia e purtroppo ormai defunta RCA è presente con il suo direttore artistico, con il capo delle Edizioni Musicali, con il responsabile dell’Ufficio Internazionale, con quello dell’etichetta Tamla Motown e con un suo musicista compositore e strumentista.
Forse non è inutile ricordare che la RCA, negli anni ’60, quando nessuno di noi ancora immaginava di diventare decrepito così presto, rappresentava il centro magico della produzione di musica, della scoperta di talenti, del lancio di artisti in Italia. C’era la più grande sala di registrazione d’Europa, una delle principali presse per la stampa dei vinili nel mondo, e soprattutto c’era il bar, dove capitava di prendere un cappuccino con Sinatra o mangiare un supplì con Rubinstein. O semplicemente di accordarsi fra ragazzi sconosciuti, magari per partire insieme su qualche progetto.
E noi tutti eravamo là, chi a dirigere, chi a realizzare e chi a proporre, divertendoci e convinti di fare un bel gioco e poco più. E pensavamo, come spesso si fa quando la vita scorre, che fosse solo piccola cronaca locale, per poi accorgerci, dopo qualche anno, che invece era La Storia.
Questa consapevolezza arriva spesso tardi, ma se uno è ancora in circolazione, allora gli è anche permesso di pavoneggiarsi un po’ e magari raccontarsi, senza troppo recitare la parte del saggio testimone dell’età dorata, a qualcuno dei giovani che ancora credono al mito.
Naturalmente, una giornata cominciata così non può che continuare sullo stesso pentagramma. Perciò, dopo una sobria cena per bilanciare la strage di molluschi del pranzo, tutti al Fonclea, quarantennale cantina di jazz del quartiere Prati, dove in molti hanno debuttato e in molti continuano a suonare.
Sul palchetto, davvero risicato, da cui si rischia di precipitare a ogni assolo particolarmente sentito, ci sono naturalmente amici, coetanei e anche più giovani, i quali salgono e scendono alternandosi finché…
Finché dal pubblico emerge, accompagnato da un mormorio di meravigliata approvazione, nientepopodimeno che il VERO decano dei musicisti romani.
Nato il 4 aprile 1924, quindi fra pochissimo novantaquattrenne, già swingante durante la seconda guerra mondiale e trionfante all’arrivo degli americani, e poi mai più senza pizzicare una corda, il nostro monumento: Carlo Loffredo!
Si è fatto cedere lo strumento, lo ha abbrancato da padrone e si è buttato in uno swing ricco di soli arditi, tosto, energico e soprattutto con le note giuste, impresa nella quale non tutti i contrabbassisti riescono, né a vent’anni né dopo.
Poi è balzato giù dal periglioso pulpito e si è avviato verso casa, sornione.
L’una passata e nessun segno di stanchezza.
Appunto, come dicevamo all’inizio: la bella gioventù.
Noi invece, consapevolissimi, anche se non troppo preoccupati del passare del tempo, organizziamo pranzi con gli antichi compagni di un’altra scuola: la mitica casa editrice musicale ed etichetta discografica RCA. E ci riuniamo in questo ospitale e ottimo ristorante di pesce a Viale Mazzini, vicino alla Rai, il “7 Gradi Nord”, dove, martedì 20 alle 13, in cinque facevamo 412 anni.
Certo, insieme al gran numero dei secoli, c’è anche quello degli acciacchi, con relative protesi. Due set di apparecchi acustici, quattro coppie di cataratte fatte e una in programma, un bastone, una stampella e una Molla di Codevilla (!), qualche testa di femore incrinata, qualche anca da rinforzare e naturalmente, sulla tovaglia, una batteria di portapillole. Di prostata non si è parlato per pudore.
Davanti a un gran piatto di cozze e forniti dei bavaglini di ordinanza (perché talvolta la mano trema e la cravatta s’impatacca), la vecchia e purtroppo ormai defunta RCA è presente con il suo direttore artistico, con il capo delle Edizioni Musicali, con il responsabile dell’Ufficio Internazionale, con quello dell’etichetta Tamla Motown e con un suo musicista compositore e strumentista.
Forse non è inutile ricordare che la RCA, negli anni ’60, quando nessuno di noi ancora immaginava di diventare decrepito così presto, rappresentava il centro magico della produzione di musica, della scoperta di talenti, del lancio di artisti in Italia. C’era la più grande sala di registrazione d’Europa, una delle principali presse per la stampa dei vinili nel mondo, e soprattutto c’era il bar, dove capitava di prendere un cappuccino con Sinatra o mangiare un supplì con Rubinstein. O semplicemente di accordarsi fra ragazzi sconosciuti, magari per partire insieme su qualche progetto.
E noi tutti eravamo là, chi a dirigere, chi a realizzare e chi a proporre, divertendoci e convinti di fare un bel gioco e poco più. E pensavamo, come spesso si fa quando la vita scorre, che fosse solo piccola cronaca locale, per poi accorgerci, dopo qualche anno, che invece era La Storia.
Questa consapevolezza arriva spesso tardi, ma se uno è ancora in circolazione, allora gli è anche permesso di pavoneggiarsi un po’ e magari raccontarsi, senza troppo recitare la parte del saggio testimone dell’età dorata, a qualcuno dei giovani che ancora credono al mito.
Naturalmente, una giornata cominciata così non può che continuare sullo stesso pentagramma. Perciò, dopo una sobria cena per bilanciare la strage di molluschi del pranzo, tutti al Fonclea, quarantennale cantina di jazz del quartiere Prati, dove in molti hanno debuttato e in molti continuano a suonare.
Sul palchetto, davvero risicato, da cui si rischia di precipitare a ogni assolo particolarmente sentito, ci sono naturalmente amici, coetanei e anche più giovani, i quali salgono e scendono alternandosi finché…
Finché dal pubblico emerge, accompagnato da un mormorio di meravigliata approvazione, nientepopodimeno che il VERO decano dei musicisti romani.
Nato il 4 aprile 1924, quindi fra pochissimo novantaquattrenne, già swingante durante la seconda guerra mondiale e trionfante all’arrivo degli americani, e poi mai più senza pizzicare una corda, il nostro monumento: Carlo Loffredo!
Si è fatto cedere lo strumento, lo ha abbrancato da padrone e si è buttato in uno swing ricco di soli arditi, tosto, energico e soprattutto con le note giuste, impresa nella quale non tutti i contrabbassisti riescono, né a vent’anni né dopo.
Poi è balzato giù dal periglioso pulpito e si è avviato verso casa, sornione.
L’una passata e nessun segno di stanchezza.
Appunto, come dicevamo all’inizio: la bella gioventù.
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