DE FALSU CREDITU
Federico Staccolanana
La crusta dell'Orpona
Claudio editore, Pag. 223 Euro 18,00
Si vedea nel tramonto arabesco, venir dalla collinetta fiorita, una ragazza distratta, che ridea e poi ingrugniva di botto, come se fosse preda di una malattia strana, di quelle che il paese, quando la piazza insorgeva ai primi tepori della primavera, chiamava 'crusta' .
Nel chiacchiericcio delle strade, nelle faccenduole domestiche, peranche nelle veglie degli uomini nelle lunghe canneggiuole, s'insisteva a dire che fosse opera del malvagio, del diavolo accorso a reclamar voti, che qualcuno,in preda a terrori e a paure, sembra avesse visto pure spenzolare da un albero tenendo in mano nella destra un cappello e nell'altra un forcone.
Siamo un pizzico prima delle esperienze veriste di Verga e Capuana, ma già prodrome di quel senso della realtà che avrebbe fatto grande la letteratura siciliana. Ma siamo anche, nel romanzo, dalle parti della Toscana: non è un caso che s'innestano (l'autore non lo confessò mai, ma nel dispiergarsi delle coloriture linguistiche s'avverte a volte addirittura il 'plagio') idiomi e vivacità della scuola fuciniana.
Al centro della storia 'la crusta' che nemmeno il De Mauro, con la sua accurata analisi dei lemmi regionalistici ne ha saputo indicare con precisione l'etimologia. S'intuisce ben presto, leggendo lo Staccolanana, cos'è: il cambiamento fisiologico e periodico della donna in determinati giorni. Che allora, siamo intorno ai primi del novecento, risente ancora della condizione femminile e soprattutto della legislazione in materia che il 'Regolamento Cavour' aveva codificato e che l'Italia avrebbe seguito fino alla contestatissima legge Merlin.
Non stiamo qui a ripercorrere le tappe di un'evoluzione che avrebbe portato non solo ad una disciplina più 'civile' del meretricio – ma vale la pena spendere due parole nel consigliare due testi seri e appropriati: Il malo esempio di Michela Tumo e Dio li fa e poi li scoppia di Ernesto Guida sul peccato, il crimine e le malattie tra Ottocento e Novecento – ma ad un'intera riconsiderazione dell'universo femminile. Siamo qui invece a ridisegnare una storia della letteratura italiana che passa anche attraverso opere minori, pregne di quell'afflato che ne rimodellano la statura. Maria Addolorata, detta L'Orpona (anche qui etimologia incerta, ma forse da ricondurre all'originale significato di 'orpello' come figura ingannevole), la protagonista del romanzo, è infatti un personaggio, se vogliamo, indimenticabile e sociologicamente netto. Ecco come ce lo rappresenta l'autore: La prima volta che giunsi lassù quasi mi si abbagliarono gli occhi, e per qualche minuto, incantato dal maraviglioso spettacolo che mi stava dinanzi, non feci altro che guardare attonito in giro, senza distinguere nulla di definito nel largo e verde orizzonte, finché, quetato il primo stupore, potei scorgere vicina a me una bionda fanciullona di circa sedici anni, vestita nel suo povero costume di pecoraia, la quale, venendomi incontro con un mazzolino di mammole, si fermò a due passi da me e, tenendo gli occhi bassi per vergogna, mi disse: «La vòle?».
Indubbiamente un azzardo per l'epoca, ma Staccolanana, col suo incedere, come lui stesso direbbe, cheto e maravigliato, c'introduce in un universo femminile fatto di odori e sangue. Ne sentiamo l'afrore a più di cento anni di distanza.
Nel chiacchiericcio delle strade, nelle faccenduole domestiche, peranche nelle veglie degli uomini nelle lunghe canneggiuole, s'insisteva a dire che fosse opera del malvagio, del diavolo accorso a reclamar voti, che qualcuno,in preda a terrori e a paure, sembra avesse visto pure spenzolare da un albero tenendo in mano nella destra un cappello e nell'altra un forcone.
Siamo un pizzico prima delle esperienze veriste di Verga e Capuana, ma già prodrome di quel senso della realtà che avrebbe fatto grande la letteratura siciliana. Ma siamo anche, nel romanzo, dalle parti della Toscana: non è un caso che s'innestano (l'autore non lo confessò mai, ma nel dispiergarsi delle coloriture linguistiche s'avverte a volte addirittura il 'plagio') idiomi e vivacità della scuola fuciniana.
Al centro della storia 'la crusta' che nemmeno il De Mauro, con la sua accurata analisi dei lemmi regionalistici ne ha saputo indicare con precisione l'etimologia. S'intuisce ben presto, leggendo lo Staccolanana, cos'è: il cambiamento fisiologico e periodico della donna in determinati giorni. Che allora, siamo intorno ai primi del novecento, risente ancora della condizione femminile e soprattutto della legislazione in materia che il 'Regolamento Cavour' aveva codificato e che l'Italia avrebbe seguito fino alla contestatissima legge Merlin.
Non stiamo qui a ripercorrere le tappe di un'evoluzione che avrebbe portato non solo ad una disciplina più 'civile' del meretricio – ma vale la pena spendere due parole nel consigliare due testi seri e appropriati: Il malo esempio di Michela Tumo e Dio li fa e poi li scoppia di Ernesto Guida sul peccato, il crimine e le malattie tra Ottocento e Novecento – ma ad un'intera riconsiderazione dell'universo femminile. Siamo qui invece a ridisegnare una storia della letteratura italiana che passa anche attraverso opere minori, pregne di quell'afflato che ne rimodellano la statura. Maria Addolorata, detta L'Orpona (anche qui etimologia incerta, ma forse da ricondurre all'originale significato di 'orpello' come figura ingannevole), la protagonista del romanzo, è infatti un personaggio, se vogliamo, indimenticabile e sociologicamente netto. Ecco come ce lo rappresenta l'autore: La prima volta che giunsi lassù quasi mi si abbagliarono gli occhi, e per qualche minuto, incantato dal maraviglioso spettacolo che mi stava dinanzi, non feci altro che guardare attonito in giro, senza distinguere nulla di definito nel largo e verde orizzonte, finché, quetato il primo stupore, potei scorgere vicina a me una bionda fanciullona di circa sedici anni, vestita nel suo povero costume di pecoraia, la quale, venendomi incontro con un mazzolino di mammole, si fermò a due passi da me e, tenendo gli occhi bassi per vergogna, mi disse: «La vòle?».
Indubbiamente un azzardo per l'epoca, ma Staccolanana, col suo incedere, come lui stesso direbbe, cheto e maravigliato, c'introduce in un universo femminile fatto di odori e sangue. Ne sentiamo l'afrore a più di cento anni di distanza.
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