CLASSICI
Alfredo Ronci
La letteratura come arte povera: 'I compagni sconosciuti' di Franco Lucentini.

Per correttezza devo ammettere che il titolo non è mio: nel senso che la definizione che la letteratura è un'arte povera, intuizione folgorante e che mette a tacere diatribe funeste sul futuro dell'arte del narrare, è del prefatore dell'edizione da noi considerata: Domenico Scarpa.
Intendendo con ciò l'abilità di raccontare con pochi mezzi, non perché inadeguato l'autore e il suo mestiere, ma perché proprio l'autore attua una sorta di sottrazione perché convinto dell'inutilità dello spreco.
I compagni sconosciuti ha una lunga e tormentosa genesi ed un divenire ancor più complesso: scritto nel 1948, fu pubblicato 'solo' nel 1951 inaugurando una collana 'sperimentale' curata da Vittorini e chiamata 'I gettoni'. Lo stesso Vittorini, entusiasta del racconto, era rimasto assai perplesso nei confronti degli altri due che costituivano una sorta di trilogia e che Lucentini in qualche modo sponsorizzava: Non si può pubblicare un libro coi tre racconti. 'La porta' e 'La fossa' devono essere buttati via. Sono sboccati a vuoto. Sono sciocchi. E tradiscono la bellezza che è indiscutibile ne 'I compagni sconosciuti'.
La 'triade' fu invece successivamente raccolta da Feltrinelli e pubblicata col titolo Notizie degli scavi soltanto nel 1964, ma Lucentini ritornò assai spesso sulla stessa composizione in tutte e tre le ulteriori ristampe.
Cos'ha di tanto speciale questo brevissimo romanzo per aver scomodato illustri intellettuali ed aver sollecitato svariate soluzioni? E' essenzialmente una storia di guerra: anzi a voler essere più precisi, una storia di dopoguerra, quando il risveglio dal sonno della ragione dell'umanità tutta comincia a cogliersi. Ma è il protagonista che stenta ad adattarsi; il suo unico scopo è quello del suicidio in una Vienna parzialmente distrutta e coacervo di lingue ed etnie: Passai in mezzo alle traverse dell'arcata e stavo sull'orlo di ferro, dovevo solo aprire la mano e sarei andato giù da me, non mi sarei più potuto reggere.
Franco – lo stesso nome dell'autore – con addosso ancora le ferite della guerra, vive in un appartamentino con una donna che le fa da mangiare e le stira le camicie ed è proprietaria di una gallina che razzola tranquillamente per le stanze.
Sembra non bastargli nulla, nella visione esistenziale oscurata da un nichilismo invadente: non gli è sufficiente nemmeno l'intervento tempestivo di una famiglia russa durante un malore che ha nei pressi del fiume. Non gli è sufficiente nemmeno che la stessa famiglia gli offra un'amicizia disinteressata e che il piccolo Petruscia, il figlio di questa, gli sottragga un po' di mestizia giocando e celiando con lui. Durante una passeggiata, quando la compagnia decide di rientrare in casa, con una scusa Franco deciderà di allontanarsi. Ed è un distacco definitivo non dalla vita in sé, ma dal contatto con un'umanità ancora incomprensibile.
Non sfuggerà ai più la coincidenza (coincidenza?) tra il desiderio del Franco protagonista de I compagni sconosciuti di morire ed il Franco autore, che nonostante un sodalizio fortunato con Fruttero, a causa di una grave malattia, deciderà di farla finita buttandosi dal quarto piano del suo appartamento a Torino. Ma è una liaison assai traballante, perché il protagonista del breve romanzo crediamo faccia i conti con un inevitabile rapporto col reale: può il dopoguerra essere la cartina di tornasole di un'esistenza fiaccata ed essere comparata al fatale mal di vivre?
Non ci piace fare dietrologia e né squinzia psicologia. Rimaniamo rivista di letteratura e di questa cerchiami lumi ed improvvisi bagliori. Perché I compagni sconosciuti, al suo discreto apparire, gesummio che luce che fece! Col suo incedere 'povero' (nell'accezione iniziale suggerita anche dal titolo) e col suo linguaggio curioso e modernamente globalizzato (se il termine, in qualche modo, possa essere accettato) – idiomi, espressioni e persino segni in tedesco, russo e slavo e quindi di un Europa unita dalla disgrazia e dalla tragedia – ha indicato una strada inesplorata, dove all'esplosione di un carosello linguistico fa dal contraltare, paradossalmente, una lingua semplice e contenuta. Quasi timida.
Strano che dopo simile exploit Lucentini tornò poco e malvolentieri al romanzo. L'inossidabilità con Fruttero, se vogliamo, fu altra cosa. Ma mai lontana da una grazia letteraria senza eguali.
L'edizione da noi considerata è:
Franco Lucentini
I compagni sconosciuti
Einaudi - 2006
Intendendo con ciò l'abilità di raccontare con pochi mezzi, non perché inadeguato l'autore e il suo mestiere, ma perché proprio l'autore attua una sorta di sottrazione perché convinto dell'inutilità dello spreco.
I compagni sconosciuti ha una lunga e tormentosa genesi ed un divenire ancor più complesso: scritto nel 1948, fu pubblicato 'solo' nel 1951 inaugurando una collana 'sperimentale' curata da Vittorini e chiamata 'I gettoni'. Lo stesso Vittorini, entusiasta del racconto, era rimasto assai perplesso nei confronti degli altri due che costituivano una sorta di trilogia e che Lucentini in qualche modo sponsorizzava: Non si può pubblicare un libro coi tre racconti. 'La porta' e 'La fossa' devono essere buttati via. Sono sboccati a vuoto. Sono sciocchi. E tradiscono la bellezza che è indiscutibile ne 'I compagni sconosciuti'.
La 'triade' fu invece successivamente raccolta da Feltrinelli e pubblicata col titolo Notizie degli scavi soltanto nel 1964, ma Lucentini ritornò assai spesso sulla stessa composizione in tutte e tre le ulteriori ristampe.
Cos'ha di tanto speciale questo brevissimo romanzo per aver scomodato illustri intellettuali ed aver sollecitato svariate soluzioni? E' essenzialmente una storia di guerra: anzi a voler essere più precisi, una storia di dopoguerra, quando il risveglio dal sonno della ragione dell'umanità tutta comincia a cogliersi. Ma è il protagonista che stenta ad adattarsi; il suo unico scopo è quello del suicidio in una Vienna parzialmente distrutta e coacervo di lingue ed etnie: Passai in mezzo alle traverse dell'arcata e stavo sull'orlo di ferro, dovevo solo aprire la mano e sarei andato giù da me, non mi sarei più potuto reggere.
Franco – lo stesso nome dell'autore – con addosso ancora le ferite della guerra, vive in un appartamentino con una donna che le fa da mangiare e le stira le camicie ed è proprietaria di una gallina che razzola tranquillamente per le stanze.
Sembra non bastargli nulla, nella visione esistenziale oscurata da un nichilismo invadente: non gli è sufficiente nemmeno l'intervento tempestivo di una famiglia russa durante un malore che ha nei pressi del fiume. Non gli è sufficiente nemmeno che la stessa famiglia gli offra un'amicizia disinteressata e che il piccolo Petruscia, il figlio di questa, gli sottragga un po' di mestizia giocando e celiando con lui. Durante una passeggiata, quando la compagnia decide di rientrare in casa, con una scusa Franco deciderà di allontanarsi. Ed è un distacco definitivo non dalla vita in sé, ma dal contatto con un'umanità ancora incomprensibile.
Non sfuggerà ai più la coincidenza (coincidenza?) tra il desiderio del Franco protagonista de I compagni sconosciuti di morire ed il Franco autore, che nonostante un sodalizio fortunato con Fruttero, a causa di una grave malattia, deciderà di farla finita buttandosi dal quarto piano del suo appartamento a Torino. Ma è una liaison assai traballante, perché il protagonista del breve romanzo crediamo faccia i conti con un inevitabile rapporto col reale: può il dopoguerra essere la cartina di tornasole di un'esistenza fiaccata ed essere comparata al fatale mal di vivre?
Non ci piace fare dietrologia e né squinzia psicologia. Rimaniamo rivista di letteratura e di questa cerchiami lumi ed improvvisi bagliori. Perché I compagni sconosciuti, al suo discreto apparire, gesummio che luce che fece! Col suo incedere 'povero' (nell'accezione iniziale suggerita anche dal titolo) e col suo linguaggio curioso e modernamente globalizzato (se il termine, in qualche modo, possa essere accettato) – idiomi, espressioni e persino segni in tedesco, russo e slavo e quindi di un Europa unita dalla disgrazia e dalla tragedia – ha indicato una strada inesplorata, dove all'esplosione di un carosello linguistico fa dal contraltare, paradossalmente, una lingua semplice e contenuta. Quasi timida.
Strano che dopo simile exploit Lucentini tornò poco e malvolentieri al romanzo. L'inossidabilità con Fruttero, se vogliamo, fu altra cosa. Ma mai lontana da una grazia letteraria senza eguali.
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Franco Lucentini
I compagni sconosciuti
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