RECENSIONI
Stig Dagerman
La politica dell'impossibile.
Iperborea, Prefazione e traduzione di Fulvio Ferrari., Pag. 144 Euro 15,00
Essäer och journalistik: brevi saggi, scritti d’occasione, articoli per la rivista letteraria «40-tal», i settimanali «Vi», «Folket i Bild», «Veckojournalen», «Idun» o per «Storm» e «Arbetaren» (‘Il lavoratore’), organi del movimento anarco-sindacalista svedese. Per lo zoccolo duro dagermaniano, questa nuova pubblicazione «completista» a opera d’Iperborea è il non plus ultra. Al pari di Perché i bambini devono ubbidire? (2013), La politica dell’impossibile è un vero e proprio recupero, impreziosito dalla cura impeccabile di Fulvio Ferrari – e da una postfazione di Goffredo Fofi. I testi in questione spaziano dal 1943 al 1952 e fotografano il graduale passaggio di Dagerman da giovane impegnato amante delle belle lettere a scrittore in ascesa, sempre sul pezzo per quanto riguarda la lotta politica. La prospettiva alla base del libricino si lascia riassumere dalla chiusa di un pezzo dedicato a Garry Davis e al Movimento dei cittadini del mondo: «L’unica cosa insensata è accettare il possibile» (p. 86). Chiusa che richiama quella del precedente articolo Il mio punto di vista sull’anarchismo: «Essere il politico dell’impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del possibile è, nonostante tutto, un ruolo che personalmente mi può soddisfare come essere sociale, come individuo e come autore del Serpente» (p. 58). Ma un attimo… Il serpente? Scrollando la bibliografia di Stig Dagerman salta subito agli occhi come proprio il suo romanzo di debutto, Ormen (‘Il serpente’, 1945), incensato dalla critica di allora, manchi all’appello in versione italiana. I più ostinati possono ancora recuperare l’ostico L’isola dei condannati (1946, edito da Guida nel 1985 con la traduzione di Vanda Monaco Westerstahl), il catalogo Iperborea sfoggia il romanzo capolavoro Bambino bruciato (1948; 1994, tr. it. Gino Tozzetti, intro di Goffredo Fofi), le raccolte di racconti Il viaggiatore (1948-1955; 1991; tr. it. Tozzetti, intro di Fofi) e I giochi della notte (1947; 1996, tr. it. Carmen Giorgetti Cima, intro di Andrea Gibellini), lo struggente Il nostro bisogno di consolazione (1952; 1991, a cura di Ferrari) e il succitato Perché i bambini devono ubbidire? (1953). Lindau ha invece i reportage di Autunno tedesco (1947; 2007, 2014, tr. it. Massimo Ciaravolo, cura di Ferrari). Quando a settant’anni di distanza dalla pubblicazione David Bowie, in Blackstar, canta «In the villa of Ormen», è lecito chiedersi come mai non ci sia ancora traccia, in Italia, della prima avventura narrativa di Dagerman, così importante per la sua crescita e nell’innesco di quelle pressioni che lo condussero al suicidio. Chiuso l’inciso. Malgrado i temi siano in apparenza molto diversi, il Dagerman de La politica dell’impossibile non si discosta molto da quello di Perché i bambini devono ubbidire?: restano l’utopia, la fragilità, la rivendicazione di una libertà creativa totale, e in una lettera rivolta a una giovane lettrice anche e soprattutto lo sguardo rivolto alle generazioni acerbe, non ancora maltrattate dalla vita. Lo scarto, forse naïf e passé agli occhi del pubblico odierno, è dato da riflessioni più ampie sul mondo del lavoro e sul brusco passaggio dalla guerra de facto a quella fredda. Dagerman si conferma uno dei massimi cantori del valore universale della letteratura intesa come sfogo necessario, ricettacolo di dolore e lavoro autentico: lavoro culturale. «Chiamiamolo pure eroismo da scrivania, è un cliché da accettare con serenità. Sono tanto blasfemo da pensare che la scrivania, come luogo di lavoro e campo di battaglia, sia degna di rispetto quanto la fabbrica, un tavolo di officina o perfino i banchi deserti dell’ONU» (p. 82).
di Simone Buttazzi
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