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Stefano Torossi

Lars von Trier ci fa un baffo

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Pare che il film presentato fuori concorso da Lars von Trier a Cannes, “The house that Jack built” abbia scandalizzato, inorridito e probabilmente spaventato pubblico e critici per la esagerata quantità di sangue, torture, eviscerazioni, amputazioni e smembramenti che contiene, tanto che a fine proiezione la sala era mezza vuota (anche per la noia e la scarsa qualità del prodotto; parola di alcuni giornalisti maligni).   
Come annunciato nel titolo, a noi Lars von Trier ci fa un baffo. A noi cattolici, intendiamo. Perché a noi cattolici la materia del contendere ci è rappresentata, raccontata, imposta in tutti i suoi particolari splatter da secoli. Anzi, noi di Roma abbiamo a disposizione addirittura un museo privilegiato, una specie di catalogo monumentale di questo tipo di terrorismo immaginifico.
È in una delle più vecchie chiese della città, Santo Stefano Rotondo.
Essendo Rotondo, Santo Stefano ha ovviamente una circonferenza, marcata da una quarantina di colonne collegate da un muro. E su questo muro c’è il meglio del sadomaso (a scopo educativo intendiamoci) che la chiesa sia riuscita a farsi venire in mente: il Martirologio.
Si tratta di una serie di grandi affreschi attribuiti al Pomarancio che, sugli intonaci fra una colonna e l’altra, raccontano con viva attenzione al dettaglio macabro, morboso e sanguinolento le più fantasiose torture che quei cattivoni dei romani infliggevano, secondo la tradizione, ai martiri cristiani.
È un catalogo completo di tutte le nefandezze realmente commesse dai persecutori, e di quelle immaginarie, partorite dalla mente malata di coloro a cui era affidato il compito di spaventare la brava gente (o gli sciocchi, come si vuole).
Ogni quadro è accompagnato da didascalie, piuttosto sgrammaticate per la verità (vedi foto), dove, per il fedele che non avesse capito bene il senso del messaggio visivo, sono spiegati a parole i tormenti. Con, belli chiari, i nomi degli imperatori crudeli: Diocleziano, Massenzio, Nerone, Domiziano.  
        Ecco la lista di alcune delle più pittoresche torture, dipinte e spiegate sulle pareti di S. Stefano, un vero trionfo dell’immaginazione.
        I poveri martiri sono:
1.      Appesi per i polsi, stirati da un macigno legato ai piedi e trafitti dalle lance di molti soldati.
2.      Soffocati con il piombo fuso versato in bocca da un crogiolo.
3.      Dati in pasto a un branco di leoni con buffe facce da gatto.
4.      Decapitati; ma anche dopo che la testa è rotolata per terra e il sangue zampilla dal collo, loro rimangono in ginocchio, le mani giunte in devota preghiera.
5.      Legati a tori ferocissimi per essere smembrati.
6.      Lapidati con bei sassi artistici della misura giusta.
7.      Crocifissi a testa in giù sopra un fuocherello acceso.
8.      Bolliti nell’olio o nell’acqua (la didascalia spiega i differenti tempi di cottura).
9.      Bruciati (vivi, naturalmente).
10.  Sepolti (vivi, naturalmente).
11.  Bambini sgozzati a mucchi.
12.  Mani, lingue, nasi tagliati.
13.  Schiacciati fra due enormi lastre di pietra. In primo piano nell’affresco, quelli che aspettano la tortura sdraiati per terra sembrano tranquillamente appisolati sull’erba. A metà della composizione pittorica c’è la vittima di turno a sandwich fra i due pietroni. Sullo sfondo, la fila di quelli già pressati, piatti come cotolette.
14.  Tagliati a tranci come un tonno al mercato del pesce (vedi foto).
15.  Cavati gli occhi, bruciate le mani, trafitta la gola, rosolati in graticola, ecc. (tutto diligentemente annotato nei testi).
16.  L’ultimo e il migliore: un nutrito gruppo di martiri tutti insieme a mollo in un pentolone di pece bollente con la regolamentare faccia beata degli eletti dal Signore, mentre un satanasso di carnefice in piedi sul bordo della vasca li rigira con un mestolone.
Come detto all’inizio: a noi cattolici Lars von Trier ci fa un baffo, un bel baffo a tortiglione.

P.S. Per chi ha la memoria lunga; ebbene sì, lo confessiamo: una parte di questo articolo è ripresa da un numero del Cavalier Serpente di un paio d’anni fa, ma il collegamento con il Festival di Cannes era troppo ghiotto per farcelo sfuggire. Abbiamo ceduto.



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