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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Emanuela Valentini

Le segnatrici

Piemme, Pag. 348 Euro 18,50
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Confesso di essere rimasta spiazzata, all’inizio della lettura, conoscendo altri romanzi di Emanuela Valentini. In passato ne avevo apprezzato l’irruenza, la concitazione quasi rabbiosa benché sempre venata di intima poesia, il tratto veloce e affilato. Qui, dopo le pagine suggestive del prologo, è richiesta al lettore una navigazione d’altro tipo. Non il rafting sul torrente in piena, ma il procedere graduale su una placida superficie lacustre. Sara, la protagonista che racconta in prima persona, torna dopo anni al paese della sua infanzia, dove ancora risiede la nonna. E qui, benché la circostanza sia quella drammatica di un funerale dopo un macabro ritrovamento di ossa, Sara incontra persone, stringe mani, riconosce personaggi noti e fa conoscenze nuove. Tutto avviene in modo lineare, non lento ma tranquillo. La realtà è che ci troviamo sulle frange più esterne di una spirale destinata a farsi via via più stretta e pressante fino ad arrivare al centro del gorgo. Con uno stile limpido ed efficace l’autrice porta avanti la storia senza mai forzare il ritmo, ma governando magistralmente la sua costante accelerazione, così che il lettore quasi non si accorge che la passeggiata si sta trasformando in una marcia di buon passo e infine in una corsa, che gli mozza il fiato e gli accelera i battiti cardiaci. 
   Tre sono i punti di forza del romanzo. La trama impeccabile (ça va sans dire), le misteriose tradizioni popolari, il bosco. Riguardo al primo punto, si sa che non amo dilungarmi: il lettore scoprirà da solo dove lo porta il viaggio che intraprende. Dico solo che c’è una storia di bambine scomparse, nel corso degli anni, da un tranquillo borgo dell’appennino. Che in qualche modo la cosa si intreccia con il potere, tramandato da donna a donna, di incantare o guarire con il tocco delle mani. Che la protagonista, una stimata chirurga in visita al paese delle sue estati dopo troppi anni di assenza, finisce per intraprendere un’indagine parallela, coadiuvata da un’amica poliziotta sospesa dal servizio. Infine, che la sua cocciutaggine nell’impresa è alimentata da diversi fattori, non ultimo quello di un passato che la tormenta e con cui presto dovrà fare i conti. Come si vede ci sono alcuni elementi classici del genere thriller, di per sé non originali ma abilmente utilizzati. Ma non solo.
   Gli altri due punti di forza (i veri punti di forza, perché il primo è un requisito necessario) sono elementi con cui l’autrice entra in profonda risonanza: il bosco e la magia popolare. Il bosco entra in scena come personaggio onnipresente, buono e cattivo nello stesso tempo, proprio come tutte le forze della natura. La sua presenza pervasiva avvolge insieme i personaggi e il lettore, che ne aspira i profumi con una certa inquietudine.
   Come se il bosco in sé, come entità, fosse vivo e senziente: in tutto e per tutto una creatura capace di amare, proteggere, sfamare, scaldare e uccidere a suo piacimento.
   Oltre al bosco c’è il borgo. Anch’esso un personaggio, anzi un teatrino con tutte le figure tipiche codificate dal tempo. Talmente connaturate allo spirito del luogo da assumere ciascuna un ruolo insostituibile. Così lo scemo del villaggio, il balordo, la ragazza deviata (che oggigiorno assume droga, ma non è diversa dall’analogo personaggio di un tempo), non sono meno importanti del parroco o del farmacista. Un microcosmo in cui la nonna si situa come tramite rispetto al mondo esterno da cui Sara proviene. Custode delle tradizioni, ma anche argine alle paure.
   … dovetti ammettere di essere contenta di trovarmi in quella piccola cucina con mia nonna, come se quelle mura bianche fossero un nido, un riparo dalla minaccia oscura che si muoveva sulle montagne (…) un puntino di luce sperduto in ettari e ettari di foresta buia.
   Riguardo alle tradizioni popolari, è evidente l’immedesimazione con cui l’autrice si è documentata e in qualche modo riconosciuta. Per quel senso di mistero e di complicità femminile. Per il dono di quell’intuito che è fusione di arte e scienza, e che non può mancare nella cassetta degli attrezzi di una maga, né di una scrittrice sensibile come Emanuela Valentini. La quale, con un tocco di malizia tutta sua, si è divertita a inserire nel racconto la sua firma (come il serial killer che si riconosce dal modus operandi e dalla firma). Lo ha fatto ricamando il suo animale preferito (ovviamente magico) sul bordo di una tendina.

di Giovanna Repetto


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Bellissimo libro, bisogna dirlo, prima ancora di parlare del romanzo. L’eleganza della copertina, dei risguardi neri, dell’impaginazione, hanno il timbro della qualità. Un libro che si presenta attraente, proprio come il tendone sgargiante del circo, che cattura lo sguardo già prima di aprirsi sulle piste rutilanti di luci. Rotondo. Rotondo è il circo, come la fiaba che qui si racconta, come la giostra che gira per poi riportare ogni cosa al suo posto. Come le lancette dell’orologio. Una girandola di fuochi d’artificio, che spara intorno i suoi colori. Solo che qui non vengono dispersi, ma sciorinati per essere raccolti poi nella compostezza finale di un nuovo caleidoscopio.

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