DE FALSU CREDITU
Ildegonda Küla
Oh mon ablour (Poesie)
Dossena editore, Pag.112 Euro 12,00
Della poetessa lesbica pesarese, di origine sassone, Ildegonda Küla avevamo già considerato la sua opera d'esordio: Glotto&Glotto, sorta di diario erotico linguistico (primo e secondo elemento di parole composte dalla terminologia scientifica, dal greco glossa [lingua]; indicano sia la lingua come organo anatomico sia la lingua come strumento espressivo o come facoltà del parlare) pregno di istanze sociali non disgiunte da una leggerezza spregiudicata e quasi goliardica nell'uso del magma poetico.
Oh mon ablour (Iva Serbelloni Mazzanti, nell'introduzione pacata e riflessiva, indica ablour come parola-valigia – abluzione ed amore) si spinge oltre: la poetessa rivendica, con orgoglio ed inusata forza linguistica, il suo essere lesbica e il suo essere centro di un discorso amoroso (Roland Barthes?). Ma non rinuncia, come già nell'esordio citato, al lazzo e al calembour d'effetto, ai frizzi e alle celie in versi.
Già il primo componimento, "Inibizione" la dice lunga: Disinibiscimi tu/ che almanaccata mi costringi/ pacata faccia/ perennemente a fantasmar.
E' chiaro l'uso continuo ed abile del monovocalismo: se ne ha uno in "i" (disinibiscimi), sovraccaricato immediatamente dopo da due in "a" (almanaccata e pacata faccia, di derivazione marcatamente dannunziana), per arrivare ad uno in "e" (perennemente) per poi finire di nuovo in "a" (fantasmar, vocabolo questo che, per puro caso, lo abbiamo visto nel poemetto di Luca Sciolto Respect, omaggio alle isterie gospel di Aretha Franklin, e che nella poetessa è un hapax).
In "Zaira", riferimento esplicito ad una infelice e travolgente passione per una gitana di Bucarest, la Küla si esibisce in una funambolica composizione che snocciola parole le cui iniziali sono in ordine alfabetico: Amore baciami! Con dolci effusioni fammi gioire!Ho illibate labbra, meraviglioso nido ove puoi quietare recondita sensualità traboccate. Ubriacamoci vicendevolmente, Zaira!
Non poteva mancare l'acrostico, smaccatamente dantesco, ma dal titolo che si rifà ossimoricamente al contenuto, di "Acqua": Koiné o amor che nulla amato/ urge di fuoco/laddove si spegne/a rimembrar magìe.
La poetessa pesarese ci immerge dunque in un'atmosfera calda, ma a tratti sanguigna e claustrofobica, dove la passione per l'altra (le altre)spesso si tinge di umori ancestrali e viziosi. A rimarcar questa lava informe ed ustionante la copertina dell'antologia volutamente in bianco e nero, nel tentativo di stemperare il travolgimento sensoriale, ma che illustra, di più, una perfidia del possesso quasi animalesco (la donna in catene sembra che voglia cedere più che al dolore ad una sana consapevolezza autopunitiva).
In "Castelgandolfo" (per nulla in odor di santità) la Küla piazza all'improvviso un mesostico e il suo contrario lasciando il lettore a bocca aperta: La(k)e t(u) dicesti (l)a dov'era l(a)go/ (a) (l)avorar d'(u)more e d'atmosfer (k)afkiane.
Le parentesi tonde sono le mie proprio per accentuale il gioco equilibristico della poetessa.
Quel che invece sfugge a quasiasi classificazione linguistica è il componimento "Per la madonna" che appare, ad un primo abbozzo di lettura, un approccio quasi catechistico alla vita, lei così virago nelle espressioni d'amore e di voluttà. Una sorta di mea culpa liturgico in attesa di un salvacondotto per il paradiso? Non lo crediamo in fondo.
Russi, o siberiani e kirghisi di tempra/ rutti fuoco e arde il cuore mio/ deflagra la possanza del tuo antro/ e non mi resta che/ di fronte a Madre mia a cui sono devota/ sfiorir di viso, ma respirar di fino.
Il sospetto invece che dietro alla poesia, si celi un malessere esistenziale e un ripudiar i miasmi della vita.
Oh mon ablour (Iva Serbelloni Mazzanti, nell'introduzione pacata e riflessiva, indica ablour come parola-valigia – abluzione ed amore) si spinge oltre: la poetessa rivendica, con orgoglio ed inusata forza linguistica, il suo essere lesbica e il suo essere centro di un discorso amoroso (Roland Barthes?). Ma non rinuncia, come già nell'esordio citato, al lazzo e al calembour d'effetto, ai frizzi e alle celie in versi.
Già il primo componimento, "Inibizione" la dice lunga: Disinibiscimi tu/ che almanaccata mi costringi/ pacata faccia/ perennemente a fantasmar.
E' chiaro l'uso continuo ed abile del monovocalismo: se ne ha uno in "i" (disinibiscimi), sovraccaricato immediatamente dopo da due in "a" (almanaccata e pacata faccia, di derivazione marcatamente dannunziana), per arrivare ad uno in "e" (perennemente) per poi finire di nuovo in "a" (fantasmar, vocabolo questo che, per puro caso, lo abbiamo visto nel poemetto di Luca Sciolto Respect, omaggio alle isterie gospel di Aretha Franklin, e che nella poetessa è un hapax).
In "Zaira", riferimento esplicito ad una infelice e travolgente passione per una gitana di Bucarest, la Küla si esibisce in una funambolica composizione che snocciola parole le cui iniziali sono in ordine alfabetico: Amore baciami! Con dolci effusioni fammi gioire!Ho illibate labbra, meraviglioso nido ove puoi quietare recondita sensualità traboccate. Ubriacamoci vicendevolmente, Zaira!
Non poteva mancare l'acrostico, smaccatamente dantesco, ma dal titolo che si rifà ossimoricamente al contenuto, di "Acqua": Koiné o amor che nulla amato/ urge di fuoco/laddove si spegne/a rimembrar magìe.
La poetessa pesarese ci immerge dunque in un'atmosfera calda, ma a tratti sanguigna e claustrofobica, dove la passione per l'altra (le altre)spesso si tinge di umori ancestrali e viziosi. A rimarcar questa lava informe ed ustionante la copertina dell'antologia volutamente in bianco e nero, nel tentativo di stemperare il travolgimento sensoriale, ma che illustra, di più, una perfidia del possesso quasi animalesco (la donna in catene sembra che voglia cedere più che al dolore ad una sana consapevolezza autopunitiva).
In "Castelgandolfo" (per nulla in odor di santità) la Küla piazza all'improvviso un mesostico e il suo contrario lasciando il lettore a bocca aperta: La(k)e t(u) dicesti (l)a dov'era l(a)go/ (a) (l)avorar d'(u)more e d'atmosfer (k)afkiane.
Le parentesi tonde sono le mie proprio per accentuale il gioco equilibristico della poetessa.
Quel che invece sfugge a quasiasi classificazione linguistica è il componimento "Per la madonna" che appare, ad un primo abbozzo di lettura, un approccio quasi catechistico alla vita, lei così virago nelle espressioni d'amore e di voluttà. Una sorta di mea culpa liturgico in attesa di un salvacondotto per il paradiso? Non lo crediamo in fondo.
Russi, o siberiani e kirghisi di tempra/ rutti fuoco e arde il cuore mio/ deflagra la possanza del tuo antro/ e non mi resta che/ di fronte a Madre mia a cui sono devota/ sfiorir di viso, ma respirar di fino.
Il sospetto invece che dietro alla poesia, si celi un malessere esistenziale e un ripudiar i miasmi della vita.
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