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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Paolo Aresi

Oltre il pianeta del vento

Delos Digital, Pag. 184 Euro 15,00
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Non ho potuto fare a meno, leggendo, di pensare a Stanislaw Lem, e per due buoni motivi. Il più ovvio, e se vogliamo generico, è che questo è squisitamente un romanzo d’atmosfera. Il secondo motivo è più specifico: qui, come nei romanzi dello scrittore polacco, il paesaggio stesso è l’alieno per eccellenza. Il senso dell’ignoto e del meraviglioso è così onnipresente, e così intensa è la suggestione che produce, che quasi non ci sarebbe bisogno d’altro. Non c’è bisogno soprattutto (e mi tolgo subito il pensiero di segnalare quella che mi appare come una caduta di stile) di inserire un mondo preistorico, con felci giganti e lucertoloni, in un certo pianeta incontrato lungo il viaggio. Forse anche l’Autore l’ha fatto per togliersi il pensiero, visto che ogni tanto i lucertoloni verdi erano evocati qua e là dai personaggi come possibili incontri, ma tanto per ridere, per ricorrere a fantasie familiari là dove il senso di estraneità prendeva alla gola.  Solo un incidente di percorso, per fortuna, lungo un viaggio che porta ben oltre. Un viaggio vero, nello spazio e nel tempo, ma soprattutto dentro la pochezza dell’uomo di fronte a un cosmo che si presenta affascinante come un libro scritto in un alfabeto sconosciuto.
   Un arco di quindici metri d’altezza in quella pianura drammatica, disseminata di massi di ogni dimensione. Estevan Flores fece scorrere le dita sulla pietra silicea, dura come il marmo. Sentì il vento rinforzare. Guardò l’indicatore al polso: centoquaranta chilometri orari. Respirò profondamente dentro al casco. Roccia grigia, striature rosse, c’erano delle fessure che sembravano tagli di coltello.
   Gli esploratori partiti da Marte (un pianeta ormai colonizzato e rassicurante) si muovono fra le stelle, un po’ ibernati e un po’ svegli, seguendo delle tracce che qualcuno ha lasciato prima di loro. Oggetti, talvolta armi, che appaiono pericolosi quando risulta ben chiara la funzione offensiva, ma tanto più inquietanti quando non se ne intuisce il senso. E qui la memoria mi suggerisce un altro accostamento: Picnic ai margini della strada, dei fratelli Strugatsky, dove le tracce di una civiltà aliena la fanno da protagoniste.
   Sono sceso nel cratere, fino alla piramide. Sei lati. Sono rimasto immobile davanti a quel manufatto nero, lucido, poi ho accarezzato quella superficie e ho pensato che doveva essere dello stesso materiale dell’uovo. Su ogni lato della piramide si apriva un piccolo corridoio, ci si poteva camminare chinati. Sono entrato…    
   Alle descrizioni ambientali dense di suggestione si uniscono le classiche, e tutto sommato scontate, scene della vita di bordo: i diversi caratteri dei membri dell’equipaggio, le tecnologie dei viaggi in ibernazione, i robot, i problemi tecnici che a tratti minacciano la navigazione.
   Scritto in parte in forma di racconto, in altre parti assume la forma più intima e personale di un diario, con l’effetto di aumentare il pathos e favorire l’empatia con il protagonista. Queste due anime sono presenti in tutto il romanzo: l’anima epica dell’uomo che sfida il cosmo in una ricerca mai sazia, e l’aspetto emotivo e affettivo per cui l’essere umano rimane tale al di là di ogni traguardo raggiunto. E la brama di nuove mete è in eterna competizione con la nostalgia di ciò che è stato lasciato indietro. Insomma, il tema del viaggio intrecciato al tema di Itaca.  
   Vincitore nel 2004 del Premio Urania, il romanzo è stato (giustamente) riproposto quest’anno da Delos.
   Da segnalare, suggestiva, la copertina di Franco Brambilla, che ben rispecchia l’accostamento dell’elemento tecnologico a quello naturalistico.

di Giovanna Repetto


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