RECENSIONI
Arantxa Urretabizkaia
Quaderno rosso
Gran via, Pag. 142 Euro 11,00
Il meccanismo del 'gioco' in letteratura è vecchio come il cucco. E sondarne le radici potrebbe essere faticoso e tutto sommato inutile. Anche se Mario Lavagetto ci ha scritto un libro coi fiocchi, La cicatrice di Montaigne, per quell'epifania della menzogna, come la chiamava Gianfranco Franchi, caratteristica spesso dell'opera letteraria. Diceva il professore: Nella bugia si possono distinguere due momenti: l'occultamento della verità e la costruzione d'un racconto falso. I due momenti non si implicano necessariamente: la verità può essere nascosta grazie a una semplice omissione, di cui un abile bugiardo riesce a mimetizzare o a confondere le tracce. Ma anche il racconto falso può essere indipendente dalla necessità o dal desiderio di occultare qualcosa; allora è 'gratuito' e sembra non avere, almeno apparentemente, alcuno scopo: la bugia, in tal caso, è premio a se stessa.
Arantxa Urretabizkaia, all'apertura del racconto, procede per semplice omissione: parla di una donna che non trova le valigie all'aeroporto e poi riporta la dichiarazione di una donna che confessa di aver perso i figli perché il marito glieli ha improvvisamente sottratti.
Il lettore, non per pigrizia, ma nemmeno per accumulo di dettagli, è portato a pensare che la persona che ha preso l'aereo e l'altra che piange la prole siano la stessa. Macché.
Dunque la Urretabizkaia inganna, anche se il trucco dura relativamente poco: si legge poi che la donna scesa a Caracas è stata incaricata dall'altra nel tentativo di riagganciare i ragazzi 'rapiti' che si sa vivono e studiano regolarmente nella capitale colombiana.
Fin qui pace: nel senso che il meccanismo del 'gioco' o del 'raggiro non è funzionale alla storia. Lo si utilizza come elemento standardizzato dell'ars narrandi (sarebbe interessante capire a questo punto perché scatta nell'autore simile esigenza) e poi lo si abbandona. Quel che conta, e attenzione la Urretabizkaia è basca, è l'estensione lineare dell'appartenenza.
Ecco il fulcro: quando l'incaricata consegna il diario alla figlia più grande della donna, che ha fatto della lotta per l'indipendenza basca una necessità quasi fisiologica, e la figlia a sua volta confessa che pur accettando lo scritto della madre non ha bisogno di leggerlo perché le appartiene non solo per gli evidenti legami di sangue, ma anche, crediamo noi, perché ambedue fatte di mente e cuore (woman of heart and mind cantava tanti anni fa Joni Mitchell in un suo prezioso disco degli anni settanta), si realizza quella continuità anche ideologica che sappiamo alla base di qualsiasi battaglia politica.
Nella scrittura della Urretabizkaia vi è uno slancio quasi commovente (contrappuntato però da qualche falla stilistica tipica della letteratura al femminile... mi perdonino le scrittrici, ma quando spesso i diari del cuore sono diari della spesa, bisogna pur dirlo) e questo suo legame con la storia del proprio paese e in generale con l'appuntamento con la Storia, ce la consegna moralmente diritta.
E questo è più che sufficiente, in un'epoca ferale come questa, perché si possa aprire il suo libro e leggerlo con la dovuta attezione. E con gusto.
di Alfredo Ronci
Arantxa Urretabizkaia, all'apertura del racconto, procede per semplice omissione: parla di una donna che non trova le valigie all'aeroporto e poi riporta la dichiarazione di una donna che confessa di aver perso i figli perché il marito glieli ha improvvisamente sottratti.
Il lettore, non per pigrizia, ma nemmeno per accumulo di dettagli, è portato a pensare che la persona che ha preso l'aereo e l'altra che piange la prole siano la stessa. Macché.
Dunque la Urretabizkaia inganna, anche se il trucco dura relativamente poco: si legge poi che la donna scesa a Caracas è stata incaricata dall'altra nel tentativo di riagganciare i ragazzi 'rapiti' che si sa vivono e studiano regolarmente nella capitale colombiana.
Fin qui pace: nel senso che il meccanismo del 'gioco' o del 'raggiro non è funzionale alla storia. Lo si utilizza come elemento standardizzato dell'ars narrandi (sarebbe interessante capire a questo punto perché scatta nell'autore simile esigenza) e poi lo si abbandona. Quel che conta, e attenzione la Urretabizkaia è basca, è l'estensione lineare dell'appartenenza.
Ecco il fulcro: quando l'incaricata consegna il diario alla figlia più grande della donna, che ha fatto della lotta per l'indipendenza basca una necessità quasi fisiologica, e la figlia a sua volta confessa che pur accettando lo scritto della madre non ha bisogno di leggerlo perché le appartiene non solo per gli evidenti legami di sangue, ma anche, crediamo noi, perché ambedue fatte di mente e cuore (woman of heart and mind cantava tanti anni fa Joni Mitchell in un suo prezioso disco degli anni settanta), si realizza quella continuità anche ideologica che sappiamo alla base di qualsiasi battaglia politica.
Nella scrittura della Urretabizkaia vi è uno slancio quasi commovente (contrappuntato però da qualche falla stilistica tipica della letteratura al femminile... mi perdonino le scrittrici, ma quando spesso i diari del cuore sono diari della spesa, bisogna pur dirlo) e questo suo legame con la storia del proprio paese e in generale con l'appuntamento con la Storia, ce la consegna moralmente diritta.
E questo è più che sufficiente, in un'epoca ferale come questa, perché si possa aprire il suo libro e leggerlo con la dovuta attezione. E con gusto.
di Alfredo Ronci
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