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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

John Berger

Qui, dove ci incontriamo

Bollati Boringhieri, Pag. 166 Euro 17.00
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Ci vuole coraggio a scrivere, ho detto (pag.45).

Credo sia una confessione. E concediamogliela ad un autore più che ottantenne che ha centellinato, nel corso della sua esistenza, le sue opere, senza strafare tanto meno ingolfare il mercato.

Autore che abbiamo ammirato (G. – Il Saggiatore). Che abbiamo amato (Festa di nozze – Il Saggiatore). Che abbiamo stimato (Lillà e Bandiera – Bollati Boringhieri).

Autore che ha anche una significativa attività saggistica: ma qui lo ritroviamo nei panni di un narrator cortese alle prese con la morte.

Anzi, con un'idea della morte al tempo stesso buffa e straziante: perché nei racconti che compongono il libro la fine è nel principio (permettetemi la citazione shakespeariana). Vi è una continuità tutto sommato razionale tra la vita e l'aldilà tanto che l'autore incappa, durante i suoi viaggi in giro per il mondo, nelle care persone morte incontrandole per strada o in luoghi ameni perché non vi è davvero nulla, nel ricordo, o nella capacità espressiva e anche demiurgica di un uomo, che possa essere contraddetto.

Ecco dunque la mamma dello scrittore riemergere (è il caso di dirlo) tra le fascinazioni di una Lisbona classica e letteraria (Pessoa e Tabucchi). O la tomba di Borges a Ginevra che proprio perché simbolo assoluto ed obbligatorio di una necessità dell'anima impedisce all'occupante di risorgere come figura non mitica, ma quotidiana.

O l'amico d'infanzia neozelandese Ken che pur morto, morto non è perché, passeggiando lungo le strade di Cracovia, continua a dividere la magia degli anni giovanili e delle scoperte del mondo e della musica. O lo Hubert, collega di studi, rifugiatosi tra i sobborghi di Islington, che sembra cercare tutt'ora, pur deceduto, la necessità di una privacy dolorosa.

Qui, dove ci incontriamo non è una Spoon river dei nostri giorni. Il "gioco" di Berger è meno celebrativo, meno funereo. Spesso ci si accorge che le persone sono morte solo per un'improvvisa espressione diretta dell'autore, che non vuole essere una confessione, ma una dichiarazione di onestà nei confronti del lettore. Perché altrimenti la frattura che crea la scomparsa di un caro non si avvertirebbe e la saldatura sarebbe anch'essa invisibile ad occhio umano.

Tuttavia Berger, in questo libro, indulge troppo nel manierismo. Sembra che voglia adattarsi, come mai ha fatto prima, ad essere oggetto di culto e di nicchia. Son bravo perché esisto, esisto perché son bravo.

A volte non va e la progressione del testo invece stenta: quel che rimane è una suggestione falsata da imitazioni di modelli letterari che in un autore classico di per sé come è lo stesso Berger può sembrare una contraddizione e una forzatura.

Intendiamoci: Qui dove ci incontriamo non è un brutto libro (ma scherziamo?). E' un resoconto superfluo di uno scrittore mai stato, nella sua netta visione della vita e dell'arte in genere, superfluo appunto. Sta al lettore poi decidere se ciò è una contraddizione o un segno inevitabile del tempo (dello scrittore).



di Alfredo Ronci


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John Berger

Lillà e Bandiera

Bollati Boringhieri, Pag.176 Euro 17,00

Scrivevo anni fa, sulle pagine del Paradiso cartaceo, a proposito di Berger e del suo capolavoro G(Il Saggiatore).: Berger è un romanziere che ci voleva. Ci voleva perché rappresenta il perfetto trait d'union col passato letterario (ma non esiste passato letterario quando i capolavori ci insegnano continuamente il presente). Nella sua prosa scorre Proust (l'amato Proust!), Musil, Balzac, Svevo, Verne (e cos'è la tragedia del francese Chavez, che sorvola le alpi franco-italiane se non l'ennesimo tentativo, riuscito, di rinverdire le gesta, qui sprofondate però nella miseria di una condizione umana che non è positivistica, del Giro del mondo in ottanta giorni?) e tutta la psicanalisi da Freud in poi.

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