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CLASSICI

Alfredo Ronci

Riuscito romanzo d’appendice o furbesco strappasoldi: ‘Il cappello del prete’ di Emilio De Marchi.

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Cosa diremmo noi, al giorno d’oggi, se un quotidiano di ampia portata decidesse d’invadere le nostre città con cartelloni inerenti ad un magnifico cappello di un prete?
Probabilmente grideremmo allo scandalo e ci faremmo anche quattro risate (anche se ci chiederemmo cosa ha capito il giornale di internet e dei social).
Nel 1887 a Milano successe proprio questo. La città fu tempestata di manifesti che riproducevano appunto un gigantesco cappello di prete. Non sappiamo se quest’idea fu pensata e messa alla prova dall’autore, Emilio De Marchi, o fu solo una sorta di boutade dei responsabili del quotidiano L’Italia. Fatto sta che il test ebbe successo e anche il libro ebbe notevole popolarità.
In realtà per Emilio De Marchi l’opera doveva essere una specie di esperimento: cioè a dire, provare ad accostare la trama a certe derive del feuilleton. Diceva in esergo al racconto: Due ragioni mossero l’autore a scriverlo. La prima, per provare se sia proprio necessario andare in Francia a prendere il romanzo detto d’appendice, con quel beneficio del senso morale e del senso comune che ognuno sa; o se invece, con un poco di buona volontà, non si possa provvedere da noi largamente e con più giudizio ai semplici desideri del gran pubblico.
La seconda ragione, fu per esperimentare quanto di vitale e onesto e di logico esiste in questo gran pubblico così spesso calunniato e proclamato come una bestia vorace che si pasce solo di incongruenze, di sozzure, di carni ignude, e alla quale i giornali a centomila copie credono necessario di servire di truogolo.
Indubbiamente una bella introduzione: da una parte, con accondiscendenza, si mettevano in luce gli aspetti meno nobili del pubblico ma dall’altro si argomentava la capacità dello stesso di provvedere ai desideri più richiesti.
Ma forse Emilio De Marchi poteva farlo: la sua carriera letteraria fu caratterizzata da un’adesione sincera al movimento degli Scapigliati e solo un anno dopo questo esperimento, riuscì a realizzare quello che, secondo molti, fu considerato il suo capolavoro, Demetrio Pianelli, sorta di romanzo impiegatizio in cui i dimessi eroi, condannati ad una mediocre routine, si ritrovano a scoprire un anelito alla felicità tanto improvviso quanto negato.
La sua prova, chiamiamola di genere, forse in lui, al di là del contesto che poi sembrò avverarsi, quello appunto del successo, ebbe una specie di compendio di tutto il suo percorso narrativo.
Nell’avvincente e teso ingranaggio de Il cappello del prete, che ha come protagonisti un nobile in rovina ed un vecchio e sordido prete, c’è spazio per tutto: ci sono i numeri del lotto, che sembrano, per un momento, essere uno dei punti chiave della vicenda, c’è l’abile contrappunto di ambienti inconciliabili (mai però denuncia sociale) tra il mondo dei signori e quello dei vicoli e dei bassifondi e c’è persino una Napoli un po’ di maniera, un po’ colorata, ma lontana da una chiara rappresentazione politica.
E c’è soprattutto questo cappello (in realtà nel corso della vicenda i cappelli saranno due, mandando fuori di testa il responsabile del delitto), tanto magnificente, all’inizio, quanto portatore di disgrazie e di sventure.
Se De Marchi voleva scrivere quello che oggi definiremmo giallo, beh, c’è riuscito. Pur non essendo un autore di genere, ha messo in opera una serie di accadimenti che lo portano ad essere considerato un autore in tal senso (pensiamo anche alle capacità intuitive di certi giudici) oltre ad avere affrontato una qualità narrativa piena di un senso tortuoso del rimorso.
A ben pensare, De Marchi non fu l’unico ad affrontare un tema, quello dell’investigazione, che allora come oggi riusciva a catturare l’attenzione di quello che lo stesso autore definiva gran pubblico. Cletto Arrighi, l’artefice del movimento scapigliato, pubblicò Il suicidio misterioso (anche se l’aspetto comico prese il sopravvento su quello più serio), Luigi Capuana ci regalò Il marchese di Roccaverdina, abbiamo visto Federico de Roberto con Spasimo, e soprattutto il grande Italo Svevo, anche lui pienamente convinto, produsse l’altrettanto famoso, ma forse non troppo conosciuto, L’assassinio di via Belpoggio.
Dunque un’opera, quella del De Marchi, famosa, a quel tempo straconosciuta, che però non relegò l’autore ad essere uno dei tanti scrittori di genere.


L’edizione da noi considerata è:

Emilio De Marchi
Il cappello del prete
OMBand D.E.




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