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ATTUALITA'

Stefano Torossi

Roma al tempo del contagio

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[L'articolo è del 9 marzo, e alcune situazioni sono superate dai successivi sviluppi dell'epidemia. Nota della Redazione]

Non ce lo aspettavamo questo momento: invece è arrivato. Prima ci hanno fatto intravedere il lupo cattivo, poi, una volta spaventati a puntino, hanno cominciato a dirci tutto quello che non dobbiamo fare. Non toccare questo, stai lontano un metro da quello, lavati le mani e soprattutto non prendere impegni, tanto te li annulliamo subito dopo. Bene, se qualunque attività seria è pericolosa, tanto vale spegnere l’interruttore e giocare.

Nella speranza di vedere qualcosa di più bello delle nostre facce spaventate nello specchio del bagno, invece di stare a casa decidiamo di andarcene per musei e siti archeo, finché siamo in tempo. Si gira e parcheggia che è una bellezza e rischio di contatti non ce n’è: intorno il deserto.

Cappuccino e giornale al bar sotto casa (unico problema, la proibizione di girare le pagine con la punta del dito inumidita sulla lingua, il che non è un rallentamento da poco), e poi si parte.



Il primo passaggio è al Pio Sodalizio dei Piceni che in questi giorni espone alcune delle pitture salvate e restaurate dopo il terremoto del 2016 nelle Marche. Siamo soli nel Museo di San Salvatore in Lauro, dal Sodalizio ospitato in una fuga di chiostri e chiostrini di inaspettata bellezza; qui ci permettiamo di indulgere in una personale ricerca che portiamo avanti da anni nei giri per chiese e musei che riempiono le nostre giornate di oziosi esteti: la ricerca del “putto orrendo”.  Eccone un bell’esemplare dipinto su un’anta di organo: un signore scamiciato, per di più in età e in carne, perso in una sua estasi di cui nulla mai sapremo.



Poi via, per il Colosseo e i Fori.

Niente solita fila chilometrica, pochissimi turisti, profumo di erba fresca. E’ tutto fermo, tranne l’incessante strimpellare di chitarre, gemere di violini o sfiatare di fisarmoniche, che, puntando su un repertorio eternamente ripetitivo, impesta sonoramente senza pause (e tutti noi sappiamo quanto sia importante una pausa nell’ascolto della musica) questa zona archeo-idilliaca di Roma, benedetta dalla mirabile combinazione di natura e cultura: il fiore che spunta dal marmo antico.

Terzo appuntamento: Centrale Montemartini, che poi non è una centrale, ma un museo. Anzi, una centrale lo era: dove si produceva l’elettricità di Roma all’inizio del ‘900. Abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana. In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo, e perfino, dopo più di mezzo secolo, l’odore dell’olio lubrificante.

Sulla parete di un sarcofago, ecco che ritroviamo un altro esempio del nostro “putto orrendo”. Elemento ricorrente nell’iconografia sacra, chissà perché questi piccoli personaggi che dovrebbero rappresentare la serenità dei luoghi di eterno riposo riescono spesso così antipatici.



Finito il giro in solitaria, usciamo non solo dalla Centrale Montemartini, ma anche dal nostro mondo razionale per entrare nel fantastico: davanti a noi, nel giardino del museo, puntata verso il nulla, c’è la scala perfetta, la scala ideale, la scala fine a se stessa.

Angosciati da questo momentaneo (speriamo), medievale clima da secoli bui: peste bubbonica, punizione divina, fine del mondo, ci verrebbe la tentazione di salirla, quella scala, e perderci anche noi come lei, nel nulla.



P.S. Avete notato con quanta cautela si esprime questa settimana il Cavalier Serpente? E’ che si è reso conto che in periodi come questo, oltre alle difese immunitarie, cala fortemente anche il senso dell’umorismo, e allora è meglio andarci cauti.





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