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CLASSICI

Alfredo Ronci

Rubè di Giuseppe Antonio Borgese, forse un eroe dei tempi andati.

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La vita di Giuseppe Antonio Borgese non fu facile, ma indubbiamente il sorgere di D’Annunzio sulla scena politica italiana fu per certi versi fondamentale nelle scelte dello scrittore siciliano.
Fu proprio l’adesione al nazionalismo dannunziano e al suo acceso interventismo a trascinare Borgese alla realizzazione di Rubè e al suo finale tutt’altro che eroico e fascista.
Disse di lui, e del suo romanzo che uscì nel 1921, Leonardo Sciascia: ci permette di vedere questo romanzo non – come sbrigativamente è stato visto – come un’autobiografia, una confessione, una storia personale ambiguamente e aporisticamente in atto; ma come l’analitica contemplazione di una spoglia già deposta della propria storia, della propria disperazione, che però continuava ad essere la storia di altri, la disperazione di altri. E non di pochi altri, ma di tanti: al punto di diventare la disperata storia di un popolo intero.
Sia nell’uno che nell’altro caso Rubè costituisce comunque un tassello fondamentale per capire, o almeno tentare di capire, le pulsioni, i desideri, le convinzioni e le incertezze di un periodo storico precedente la grande dittatura fascista.
La vita di Filippo Rubè – scrive Borgese all’inizio del romanzo -  prima dei trent’anni non era stata apparentemente diversa da quella di tanti giovani provinciali che calano a Roma con una laurea in legge, un baule di legno e alcune lettere di presentazione a deputati e uomini d’affari.
In realtà la vita di questo semplice lavoratore si complica: quando scoppia la prima guerra mondiale, lui interventista, si arruola volontario. Ben presto però le sue idee sembrano cozzare contro l’evidenza della guerra e della sua tragedia. Ho sofferto tutta la notte. Ho avuto l’incubo di un tale che deve avanzare e gli mancano le forze e non gli riesce nemmeno di ammalarsi o di svenire. Allora plotone d’esecuzione, e pum! Io non temo la morte. Ma una morte così.
Ferito durante un’incursione torna a casa come un eroe ma si accorge che quello che gli è successo non è assolutamente quello che cerca. Si sposa ma nello stesso tempo s’innamora di una giovane donna, Celestina Lambert, che però troverà la morte durante una gita al lago su una barca.
Tornato a casa non riesce a dare un senso alla sua vita, e durante una manifestazione socialista alla quale si troverà in mezzo per caso, viene ucciso da una carica della cavalleria.
Le brevi righe della trama ci servono comunque a dare un senso più risoluto alle imprese di Rubè: da acceso sostenitore della guerra ad un volontario assertore dell’inettitudine e incapacità della vita umana e delle sue relazioni.
Per quanto abbia ragione Sciascia ad individuare nelle pulsioni e nelle dinamiche del romanzo Rubè una sorta di disperata storia di un popolo intero, l’inettitudine e l’incapacità del personaggio ricordano certe disperate decisioni che lo stesso Borgese ebbe a prendere durante il periodo fascista. Rifiutatosi di prestare il giuramento richiesto ai professori universitari, nel 1931 parte per gli Stati Uniti per tenere una serie di lezioni all’Università della California. Ma lì rimane e rifiuta di rientrare in Italia dove il regime, con una rapidità senza precedenti lo bolla come “nemico del fascismo”.
Ed è proprio negli Usa che Borgese produrrà quello che accanto a Rubè è forse il prodotto più genuino e convincente della sua presenza intellettuale: Golia marcia del fascismo. Una denuncia del fascismo come elemento distruttivo di quell’ideale universalistico di civiltà agitato da molti intellettuali di quel periodo. Scritto in inglese, e tradotto, prima ancora che da noi, anche in lingua tedesca, svedese, spagnola e francese, trova spazio in Italia nel 1945, alla caduta del fascismo.
Ci si chiede? Ma allora dopo un’opera di siffatta portata a Borgese sono aperte le porte dell’Italia post-guerraiola e antifascista? Macché. In quel tempo, come disse Sciascia, o si era crociani o si era gramsciani. Croce diciamo che non lo amava e Gramsci (ne parla nei suoi Quaderni) addirittura ne derideva. Borgese dunque, in questa Italia double-face, subiva questa sorte di silenzio intellettuale, silenzio che è diventato una specie di tomba anche dopo la sua morte.
In effetti chi di noi può culturalmente affermare di conoscere a tutti gli effetti Giuseppe Antonio Borgese? E anche i suoi romanzi, da alcuni, più coraggiosi, definiti stendhaliani, come hanno fatto ad essere considerati non proprio lontani dalla severa critica fascista? Ma sono stati effettivamente letti?
Borgese ha (ha avuto) l’intelligenza di ridefinre l’emblema di una crisi generazionale e lo ha fatto con le stesse proprietà di un, per esempio, Pirandello, o dello stesso Moravia. Ma tutto questo accaduto in un silenzio estremo.


L’edizione da noi considerata è:

Giuseppe Antonio Borgese
Rubè
Oscar Mondadori




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