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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Doriano Alziàti

Same same... but different

Effequ, Pag.245 Euro 12,00
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Argomentava Massimo Coppola in uno dei suoi "Brand New", d'essersi diretto a Vienna, seguendo le indicazioni d'una guida Lonely Planet, verso un piccolo e distinto caffè, ove poter succhiare la vita e l'atmosfera "finis Austriae" sino al midollo, lontano dalle truppe d'occupazione del turismo "mordi e fuggi". Ma, come il sagace Lettore avrà divinato, trovòssi intruppato nelle schiere dei cultori del viaggio altro, alternativo, "classy" - acquirenti tutti del suddetto baedecker.

E Giuseppe Cederna? No, dico: Giuseppe Cederna? Attore fine, prezioso, di sfumature. Va ospite nel dandiniàno-cotroneo-masenzàccio tokusho "Parla con me", e spiega come e qualmente ci si illuda di esser viaggiatori, altro non essendo che turisti. Turisti più rispettosi, più avvertiti, più scaltri, magari: però turisti.

E in questo intelligente e ben architettato libretto di Alziati - giornalista, (p. 191) e affiliato ad una ONLUS che credo si chiami CARE THE PEOPLE (p. 155) -, che resoconta d'un viaggio (2004) in Indocina, si ritrovano disincanti simili: "i cosiddetti viaggiatori indipendenti, i quali dovrebbero viaggiare per non essere intruppati e per fare incontri interessanti, grazie alla Lonely Planet sono intruppati come e peggio degli altri. (...) In un certo senso si rivaluta il viaggio organizzato (...) perché lì non c'è l'ipocrisia dell'originalità". (p. 124) "Sono arrivato alla conclusione che non è possibile fare un turismo diverso. (...) nel momento in cui atterri in un luogo turistico è lo stesso ambiente circostante che non riesce a leggerti come qualcosa di diverso (...). Ne consegue, che il viaggiare indipendente non è un modo diverso di fare turismo, ma solo più scomodo e di sicuro più economico, ma che sconti con una maggiore pressione dell'ambiente. (...)(Insomma, si è) sempre nell'ambito del turismo, senza illudersi (...) di fare degli incontri alternativi o di capitare in situazioni non turistiche". (pp. 89-90)

Tutto verissimo, ahimè: e perché accada questo, lo spiegava tra gli altri Moravia. Nell'antologia della terza media che avevo in dotazione c'era un racconto d'ambiente romano. Una ragazza statunitense con velleità d'artista, aveva preso casa - siamo negli anni '50, e si poteva - in un attico-soffitta del centro storico, presso via Margutta. L'Autore, nello svolgersi della narrazione, ci fa capire che la giovane, più che alla sostanza della vita culturale (da topa pittóra, nella fattispecie), badava alla sua apparenza - così come l'avevano tramandata i film e i romanzetti che le erano giunti nel suo Idaho (se veniva da lì). Per lei, "artistico" non era il lavoro creativo, quanto l'alzarsi tardi la mattina e il tirar mattina la notte, frequentare le gargotte e le gallerie affollate di quadraroli, e camminare scalza sul pessimo cotto del pavimento del suo abituro, impregnandosi la pelle di quella terra così come donne e maschietti berberi fanno con l'henné.

Ne viene che il "viaggiatore indipendente", come il suo antenato nel Grand Tour, e il suo contemporaneo irreggimentato dai tour operator, più che inseguire una personale idea di spostamento, tende ad acquistare o a rivivere quel che è stata etichettata come "personale idea di spostamento" - né più né meno della massaia che, con la carta-acquisti del supermercato, "personale e non cedibile", vive l'esperienza "possesso di una card" che la gratifica quanto (e forse più) di quella d'un possessore Amex. E viceversa: l'estasiatico non si estasia affatto nel vedere il "farang" adìre via fiume il suo remoto paesello, bensì lo pensa come un bancomat deambulante. Si ha certo comunicazione, cioè scambio: ma di soldi, non di esperienze.

Alziàti ha il pregio, una volta riconosciute queste caratteristiche nella sua pratica, di non farsene più di tanto un problema. Il che gli consente di descrivere quel che vede e in chi s'imbatte, e inconvenienti e piccole conquiste, nel modo semplice e però non convenzionale proprio di quelli che hanno dimestichezza col muoversi per diporto. E di farlo con diplomazia ma senza peli sulla lingua: i luoghi sono spesso non all'altezza della fama, irrimediabilmente inferiori alle aspettative e al tempo e alla fatica necessari per raggiungerli. Gli indocinesi in generale, ed in specie i vietnamiti, ai quali è dedicata la maggior parte del libro,vengono icasticamente narrati come un popolo di traffichini, amministrati da personale corrotto, tesi ad occidentalizzarsi il prima possibile, e, nel farlo, ad assumere da noi quanto di peggio produciamo - e s'impermalisce l'Autore: "possibile che dobbiamo fare tutti gli stessi errori?" (p. 104). Oltretutto, "il benessere, il denaro, non hanno portato a un livello di vita più elevato sotto il profilo culturale": (p. 230) il che fa definire gli stanziali "straccioni tecnologici" (p. 228: un po' come gli italiani, che hanno tre telefonini, ma aspettano sei mesi una radiografia, e credono che Bach sia un deodorante); e li accomuna ai caucas-idioti "backpackers, take it easy, very cheap, smoking cigarettes and drinking beer" (p. 221) che snobbano una cerimonia d'iniziazione buddista laotiana.

In questa sequela di "stress e fregature", (p. 86) un motivo conduttore è quello che dà il titolo al diario di cui stiamo trattando. L'occidentale prenota un albergo faraonico, o chiede di esservi portato avvalendosi di guide o traduttori, e periodicamente viene scaricato là dove è conveniente per l'operatore turistico o il tassista. E alla protesta "it's not the same!" ("non è lo stesso" albergo o servizio richiesto), si riceve la risposta "same, same... but different", (p. 87) la cui traduzione credo s'avvicini al nostrano "cornuti e mazziati". Che ci riporta ai recenti anni in cui l'Italia non diversamente problematizzava gli itinerari dei suoi visitatori - godendo però di una cinematografia che funzionava quale ufficio di pubbbliche relazioni, trasformando in simpatia l'arbitrio, il disservizio in pittoresco, ed esaltando la nostra cosiddetta vitalità ed arte di arrangiarsi contrapposte all'etica protestante di quei presuntuosi di stranieri che volevano a tutti i costi dormire nelle camere prenotate ed avere i servizi richiesti senza ritardi o sovraprezzi.

Va detto, se non son riuscito a farlo capire, che Alziàti non è un borbottone né un "ragiunàtt", né tampoco uno spaccatore di capelli in quattro: ma quando ce vo', ce vo'. A riprova, e a conferma del suo atteggiamento affatto peloso o "razzista" - è in Vietnam anche per presenziare a una cerimonia legata all'attività dell'associazione umanitaria a cui partecipa - c'è che volentieri critica i giramondo suoi pari, incapaci di creare quel minimo di dimestichezza e confidenza che - a suo dire - solo una ventina di anni fa creavano un popolo in movimento laddove oggi "se qualcuno prova a comunicare, si assume un'aria di cortese indifferenza che deve spingere l'interlocutore a smetterla al più presto. C'è una voglia di mantenersi impermiabili". (p. 121) Forse anche perché si è di più a viaggiare, ed è più facile incontrare stracciapalle, attaccapippe o logorroici come il sottoscritto. O forse anche perché si è in media più stronzi - detto altrimenti, si tende a "riprodurre gli stessi meccanismi sociali ghettizzanti ai quali si è abituati a casa". (p. 123) Inutile, a proposito, citare Montaigne, che già alla fine del '500 diceva "fu detto a Socrate che un tale non si era per niente emendato, durante un viaggio: "Lo credo bene", diss'egli, "si era portato con sé " (...) non basta l'essersi allontanati dalla gente; non basta cambiar luogo, bisogna allontanarsi dalle inclinazioni comuni che esistono in noi; bisogna sequestrarsi e isolarsi da sé stessi". (saggio Della solitudine)

Non vorrei aver dato l'idea, però, d'un libro fegatoso e triste: nient'affatto. L'Autore non è Terzani, o Cacucci, va da sé. Tuttavia, il sottofondo riflessivo, che ho cercato di evidenziare, è accompagnato da uno scorrevole buon senso, che rende l'esposto di Alziàti consigliabile per affrontare senza false partenze e in modo critico i propri itinerari. Sì da poter riconoscerne gli artefatti e le affettazioni, per finalmente godere dell'autenticità che il mondo, sono certa, offre ancora, da Battambang a Maccarese.

di Vera Barilla


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