RECENSIONI
Paolo Del Colle
Spregamore
Gaffi, Pag. 153 Euro 14,00
Sentiamo cosa ci dice la postfazione di Andrea Caterini: Ma Spregamore racconta proprio la vita che riconosce se stessa quando ci si stacca da lei, osservandola da fuori; il momento in cui, pur nell’inutilità dei gesti, ci si accorge che niente è andato veramente perduto. L’aura, che nel suo significato medico è ciò che precede e resta dopo l’emicrania, il segno, la traccia di uno stato che neppure la Novalgina cancella, è allora lo spazio in cui ciò che rimane di noi – quel sovrappiù d’amore, il residuo che abbiamo abbandonato, o riconsegnato all’eterno, come nelle parole pronunciate pregando – ci osserva fuori da ogni giudizio. Uno spazio di conservazione nel quale il tempo si fissa in un’immagine, come dire l’inaccessibile segreto in cui la vita è finalmente nuda e senza colpe, rinata nell’innocenza di una visione ultima.
Belle parole per un romanzo che non ha dialoghi ed è semplicemente la storia di un uomo alle prese con i rapporti col padre, con la madre e in forma minore con Delia, il trans.
Un romanzo che al giorno d’oggi non la passa liscia, nel senso che tutto quello che ha da raccontare, da suggerire è frutto, crediamo, di un senso antico delle cose che nulla ha a che vedere con i richiami letterari dei nostri tempi
Avete capito bene (miei lettori): Spregamore è qualcos’altro, è una specie di viatico sulla strada della sofferenza e sulla strada dell’incomunicabilità.
Noi non siamo preparati come Andrea Caterini, non abbiamo letto il precedente romanzo di Del Colle e quindi non possiamo fornire la storia e la dinamica che stanno dietro a certe operazioni, ma capiamo le intenzioni dell’autore. Un autore che è soprattutto un poeta, un uomo che è abituato a pesare le parole e a renderle necessarie e utili.
La vicenda dell’uomo e dei suoi martiri (perché di martirio si tratta) è materia di tutti i giorni, nel senso che ogni uomo su questa terra potrebbe aggiungere anche altro alle cose raccontate da Del Colle, ma l’autore costruisce il suo mondo come se fosse l’unica via possibile allo struggimento più totale e visibile.
Qualcuno, sempre su Spregamore, ha scritto che nel libro vi si ritrova un qualcosa di ipnotico, di ancestrale.
Giusto. Ma con i tempi che corrono, con le idee che circolano senza troppa modestia, c’è il rischio che il libro sia anche qualcosa di troppo concreto e personale.
Noioso?
di Alfredo Ronci
Belle parole per un romanzo che non ha dialoghi ed è semplicemente la storia di un uomo alle prese con i rapporti col padre, con la madre e in forma minore con Delia, il trans.
Un romanzo che al giorno d’oggi non la passa liscia, nel senso che tutto quello che ha da raccontare, da suggerire è frutto, crediamo, di un senso antico delle cose che nulla ha a che vedere con i richiami letterari dei nostri tempi
Avete capito bene (miei lettori): Spregamore è qualcos’altro, è una specie di viatico sulla strada della sofferenza e sulla strada dell’incomunicabilità.
Noi non siamo preparati come Andrea Caterini, non abbiamo letto il precedente romanzo di Del Colle e quindi non possiamo fornire la storia e la dinamica che stanno dietro a certe operazioni, ma capiamo le intenzioni dell’autore. Un autore che è soprattutto un poeta, un uomo che è abituato a pesare le parole e a renderle necessarie e utili.
La vicenda dell’uomo e dei suoi martiri (perché di martirio si tratta) è materia di tutti i giorni, nel senso che ogni uomo su questa terra potrebbe aggiungere anche altro alle cose raccontate da Del Colle, ma l’autore costruisce il suo mondo come se fosse l’unica via possibile allo struggimento più totale e visibile.
Qualcuno, sempre su Spregamore, ha scritto che nel libro vi si ritrova un qualcosa di ipnotico, di ancestrale.
Giusto. Ma con i tempi che corrono, con le idee che circolano senza troppa modestia, c’è il rischio che il libro sia anche qualcosa di troppo concreto e personale.
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