RECENSIONI
Edouard Levé
Suicidio
Bompiani, Pag. 120 Euro 14,00
Che paraculata! E grazie, dirà qualcuno, nella letteratura ormai tutto è una paraculata. Ma sentite cosa si scrive sulla copertina: Il 5 ottobre Edouard Levé consegna un manoscritto al suo editore. Il titolo è 'Suicidio'. Dieci giorni dopo Edouard Levé si toglie la vita.
Ora, al di là del fatto che cinicamente potremmo anche scherzare col cognome (lever in francese può anche significare 'levare l'ancora' e in un senso molto lato suicidarsi significa togliersi di mezzo no?), la presentazione del libro di per sé mi sembra proprio uno specchietto per le allodole.
Un pretesto, forse, per disquisire su come la nemesi equivalga in questo caso ad una pubblicazione. O meglio ancora: che correlazione impressionante tra l'uomo e l'artista fino alle estreme conseguenze!
Evidentemente i francesi in fatto di suicidi fanno sul serio. Ricordo, tanto per essere in tema, il colpaccio che ottenne Romain Gary: il pomeriggio del 3 dicembre del 1980, lo scrittore si recò in un negozio in place Vendôme a Parigi e acquistò una vestaglia di seta rossa. Poco dopo si ammazzò con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare proprio la vestaglia che aveva comprato perché il sangue non si notasse troppo.
La differenza tra i due è che Gary, al contrario di Levé, era un grandissimo scrittore e poi non lasciò volutamente nulla al suo editore.
Al di là del celiare è indubbio che ai francesi piaccia il coup de théâtre: ma Suicidio, pur nella 'dialettica' del colpaccio, non fa boom. La bella traduzione di quell'antipatico di Sergio Claudio Perroni più di tanto non può. Oddio, si scorge qua e là qualche intuizione felice che evita al romanzo un giudizio di sconsolante piattezza. Per esempio si legge a pagina 17 un'illuminante profezia: Credevi nella selezione operata dal tempo, e che dunque convenisse leggere autori del passato pubblicati oggi anziché autori d'oggi destinati all'oblio domani.
Noi lo diciamo da anni, ma francamente toglierci dalle palle per dar soddisfazione alla massa non ci pare pensiero fattibile.
Oppure la bella motivazione del gesto a pagina 105: Ma, sulla bilancia, la quiete della morte ha avuto la meglio sulla dolorosa concitazione della tua vita.
Che poi, leggendo il libro, tutta 'sta concitazione mica la si nota: il protagonista è un po' strano, chiuso, orsesco, come milioni di individui su questa terra.
Ci piace anche la giustificazione dell'andamento della storia a pagina 33: Quando si parla di te si comincia raccontando la tua morte, per poi risalire nel tempo per spiegarla. Non è strano che questo gesto estremo ribalti la tua biografia?
No, rispondo io, se si vuole scrivere un romanzo, consegnarlo all'editore e poi farla finita con un gesto dello stesso autore del quale, contrariamente al protagonista della storia, non si sa un fico secco del perché l'abbia fatto.
Insomma, lettura un po' ammorbante con qualche scatto improvviso. Un po' come sono gli scattisti nel ciclismo che di fronte poi alle salite impervie perdono ritmo e rimangono senza fiato. Quel che è successo a Levé. Ed è questo il problema.
di Alfredo Ronci
Ora, al di là del fatto che cinicamente potremmo anche scherzare col cognome (lever in francese può anche significare 'levare l'ancora' e in un senso molto lato suicidarsi significa togliersi di mezzo no?), la presentazione del libro di per sé mi sembra proprio uno specchietto per le allodole.
Un pretesto, forse, per disquisire su come la nemesi equivalga in questo caso ad una pubblicazione. O meglio ancora: che correlazione impressionante tra l'uomo e l'artista fino alle estreme conseguenze!
Evidentemente i francesi in fatto di suicidi fanno sul serio. Ricordo, tanto per essere in tema, il colpaccio che ottenne Romain Gary: il pomeriggio del 3 dicembre del 1980, lo scrittore si recò in un negozio in place Vendôme a Parigi e acquistò una vestaglia di seta rossa. Poco dopo si ammazzò con un colpo di pistola alla testa e, per delicatezza verso il prossimo, aveva pensato di indossare proprio la vestaglia che aveva comprato perché il sangue non si notasse troppo.
La differenza tra i due è che Gary, al contrario di Levé, era un grandissimo scrittore e poi non lasciò volutamente nulla al suo editore.
Al di là del celiare è indubbio che ai francesi piaccia il coup de théâtre: ma Suicidio, pur nella 'dialettica' del colpaccio, non fa boom. La bella traduzione di quell'antipatico di Sergio Claudio Perroni più di tanto non può. Oddio, si scorge qua e là qualche intuizione felice che evita al romanzo un giudizio di sconsolante piattezza. Per esempio si legge a pagina 17 un'illuminante profezia: Credevi nella selezione operata dal tempo, e che dunque convenisse leggere autori del passato pubblicati oggi anziché autori d'oggi destinati all'oblio domani.
Noi lo diciamo da anni, ma francamente toglierci dalle palle per dar soddisfazione alla massa non ci pare pensiero fattibile.
Oppure la bella motivazione del gesto a pagina 105: Ma, sulla bilancia, la quiete della morte ha avuto la meglio sulla dolorosa concitazione della tua vita.
Che poi, leggendo il libro, tutta 'sta concitazione mica la si nota: il protagonista è un po' strano, chiuso, orsesco, come milioni di individui su questa terra.
Ci piace anche la giustificazione dell'andamento della storia a pagina 33: Quando si parla di te si comincia raccontando la tua morte, per poi risalire nel tempo per spiegarla. Non è strano che questo gesto estremo ribalti la tua biografia?
No, rispondo io, se si vuole scrivere un romanzo, consegnarlo all'editore e poi farla finita con un gesto dello stesso autore del quale, contrariamente al protagonista della storia, non si sa un fico secco del perché l'abbia fatto.
Insomma, lettura un po' ammorbante con qualche scatto improvviso. Un po' come sono gli scattisti nel ciclismo che di fronte poi alle salite impervie perdono ritmo e rimangono senza fiato. Quel che è successo a Levé. Ed è questo il problema.
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