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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Daniela Cascella

The Cure. The Edge of the world

Arcana, Pag. 528 Euro 19,50
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Robert Smith non è dark.

E come potrebbe esserlo, se nel momento in cui si fa mangiare da una non meglio definita bocca nera, enorme (...) che dovrebbe essere il culmine di una poetica, sceglie di apparire con un pigiamone a righe e di gesticolare goffo, con l'espressività drammatica di un pezzo di gomma? Gente come Peter Murphy dei Bauhaus non l'avrebbe mai fatto
(gioconda eresia di Daniela Cascella).

Arcana cancella la mezza macchia della mediocre, sciatta e pettegola biografia dei Cure firmata da un mestierante come Jeff Apter, Disintegration. Una favola dark (2006), sin troppo nominata in questo libro, pubblicando una monografia che non potrà che soddisfare curiosità, smania di letterarietà e sacrosanto collezionismo dei numerosi fan italiani dei Cure. A dispetto dell'atipicità della lettura dell'opera smithiana, e del suo esacerbato e piacevole intellettualismo; di certe battute un po' al limite, espressione di un inatteso stile da copy della domenica ("Robert Smith non è dark"), sono convinto che questo studio non cadrà inosservato. Perché l'essenza dell'opera è appassionata e vivace, la documentazione rilevante e l'approccio, tendenzialmente, misurato e sobrio ("Robert Smith non è dark" escluso. Là si ghigna. Chi o cosa volevamo provocare? Mia suocera non compra libri Arcana. Se anche li comprasse, non capirebbe certe ironie. Glissiamo).

A firmare The Edge of the World è un'outsider di lusso, l'elegante giornalista musicale Daniela Cascella, capace di spiazzanti e peculiari osservazioni critiche e di inattese associazioni estetiche (Kubin in primis) nel corso di una piacevole e ricca panoramica dedicata a tutto quel che vive nei versi di Smith, e dei suoi versi è origine. Plausibile o meno. Le congetture sono sempre gradevoli, d'altra parte: chi ha più fantasia dei critici? Inventano ex novo. Sono adorabili.

Limiti dell'opera? La struttura stessa della collana Testi. Una band con quattordici album all'attivo non può essere trattata come Jeff Buckley o Nick Drake: ci si ritrova, ed è ingiusto, a vedere dieci righe di osservazioni per certe canzoni, e in generale l'autrice è costretta a limitare il respiro dei suoi pezzi. Quando il canzoniere è troppo esteso, è inevitabile fare selezione. Qui non avviene. Ribadisco, peccato.

Sostiene la Cascella che sogno e mondi paralleli siano la realtà di Robert Smith. Un mondo di sogni retto sull'absolutely nothing, sull'assoluto niente: ossia, sulla realtà delle loro vite nei sobborghi industrali inglesi. Crawley dev'essere stata inquinante e intossicante, ma paradossalmente ispiratrice. La nostra musica - ripete spesso Smith - non riguarda il vecchio o il nuovo. È uno stato d'animo. Questo stato d'animo è la ripetitività della condizione umana; il grande amore per Mary Poole, compagna storica di Smith; il rifiuto della magniloquenza degli U2 o dei Simple Minds; l'incapacità di stare nell'oggi.

Di riconoscersi in se stessi, anche.

La monografia della giovane giornalista e scrittrice italiana, fedele al format della collana Testi di Arcana – canzone per canzone, album per album – e curiosamente sedotta da Bachelard e da Hillman, due dei suoi grimaldelli principe nell'analisi dei versi (e delle varianti live) di Smith, è un cospicuo e personale studio delle fonti di ispirazione, dell'interiorità e delle ossessioni del Principe Paranoia; degli esordi della band (in formazione Smith, Dempsey, Tolhurst) ai misteriosi sdoppiamenti del songwriter, dalle reminiscenze letterarie (Mervyn Peake per "Grinding Halt" e "The Drowning Man"; Lo straniero di Camus per "So What" e "Killing an Arab"; T.S. Eliot per "In your house"; Christina Rossetti per "Treasure"; Milton per tutto "Pornography"; Carroll per "The Caterpillar"; John Keats; Shelley per "Wish") a quelle pop (Nick Drake; Beatles; Joy Division; Jimi Hendrix...), cinematografiche (Lynch, Eraserhead; Roddam, Quadrophenia, per "Close to me") e pittoriche (Munch, Millais, Bosch).

Il viaggio ha inizio da Three Imaginary Boys, 1979. Incipit, la goccia di 10.15 Saturday Night: scritta da uno Smith sedicenne e depresso, seduto di fronte alla cucina. Elenchiamo qualche chicca: "Object" è la canzone più odiata da Robert Smith, la giudica un pastiche di frasi sessiste, un brutto scherzo, mentre, a sorpresa, una delle sue preferite è "Shake Dog Shake", incisa durante il tour con i Banshees; il cantante crede che se non avesse scritto "Seventeen Seconds" avrebbe ucciso qualcuno; che odio puro l'ha espresso, estremo, in " Shiver and Shake"; che la peakeiana Fuchsia, la ragazza di "Drowning Man", era la sua ossessione inesistente, idea d'innocenza infinita e irreale. Una buona sintesi di quel che apprezzerete qua e là, nel libro della Cascella, è che le crisi di identità, di identificazione col pubblico e di estraniazione rispetto al narratore delle sue canzoni sono più frequenti del previsto, in casa Smith. Fino ad ammettere, venticinque anni dopo gli esordi, che "anno dopo anno torno sempre sugli stessi argomenti". Come ogni autore che si rispetti, è cosciente del suo male e dei suoi limiti. Ne ha fatto un punto di forza: una cifra stilistica.

In appendice, l'editor Scalich scopre il significato della parola "Hapax" e ne semplifica l'uso, sbrodolando sedici pagine – dico sedici – di analisi quantitativa del canzoniere di Smith. Ricorrenze protagoniste d'una postfazione illeggibile, e abbondantemente superflua. In clausola, reggetevi forte, appare Dante. Così, mentula canis. Glissiamo. Rimane il grande studio della Cascella.

Personale, coraggioso, ambizioso. Unico, in lingua italiana.

Per i fan.





di Gianfranco Franchi


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