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CLASSICI

Alfredo Ronci

Tra 'essere poetico' ed 'essere storico': 'Conservatorio di Santa Teresa' di Romano Bilenchi.

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Disse Bilenchi anni fa in occasione di un'intervista: Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d'immaginazione. L'importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l'uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza...
Ad ascoltarsi vivere, in questo romanzo del 1940, è uno dei ragazzini più sensibili, e in qualche modo problematici, della nostra letteratura del Novecento: Sergio, che nella 'comune' inesattezza infantile, ci restituisce un mondo fatto di delusioni, di sofferenze e del complesso del distacco.

Gran parte della storia è ambientata in una bella villa borghese, in mezzo alla campagna toscana, dove Sergio trascorre le sue giornate, in una sorta di eremo dorato, insieme a suo padre Bruno, a sua madre Marta, a sua zia (sorella del padre) Vera e a sua nonna Giovanna.
Un universo, potremmo dire prendendo a prestito un concetto rubato alla politica, concentrazionista, e dove il vissuto si risolve nel confronto, non sempre civile e sereno, tra i componenti della famiglia e dove il ruolo del ragazzino, inevitabilmente, è quello di sponda con l'argine opposto.
Perché le tensioni son quelle che covano soprattutto tra Bruno, contadino benestante sempre più vicino alle posizioni socialiste, e Giovanna, l'anziana donna, riquadrata in una sfera di ideali conservatori e vecchia maniera. Sarà la guerra (quella, è evidente, del 15-18) a interrompere momentaneamente l'annosa disputa, per la quale l'uomo esprime tutto il suo disappunto e la contrarietà: Mandano al massacro i contadini e creperanno senza sapere neppure perché. Altro che Trento e Trieste. Chi sa quello che dovremo soffrire per gli interessi di pochi potenti (...) Non ho mai fatto del male a nessuno e non è giusto agire da bestie per volontà altrui.
Furono queste posizioni, nella finzione, a 'costringere' il regime fascista ad intervenire censurando il romanzo. Scrive in una nota lo stesso Bilenchi: In un primo momento il censore si trincerò dietro obiezioni di carattere 'morale'; ma dopo lunghe discussioni apparve chiaro che il dissenso verteva su motivi politici. Soprattutto lo turbava il personaggio di Bruno, le sue idee sovversive e il suo pacifismo...
L'edizione dunque del 1940 uscì 'sanzionata' offrendo all'autore la stura per una 'riscrittura' del romanzo che, per fortuna, solo per motivi di opportunità e di tempo, non fu mai realizzata, riacquistando essa l'interezza solo nelle edizioni successive.
La partenza di Bruno per il fronte precisa in Sergio un aggravio della situazione affettiva: dove le donne, senza dubbio amate, sono anche passate minuziosamente al microscopio nei loro atteggiamenti perché non si determini un benché minimo distacco. Basta un nulla perché il ragazzino si senta abbandonato dalla madre o dalla zia (o addirittura dalla sua educatrice che per anni l'ha seguito in un percorso privato di scuola). La separazione dall'universo concentrazionista femminile avviene quando Sergio frequenterà finalmente il primo istituto – il Conservatorio di Santa Teresa appunto – che nel corso degli anni si rivelerà anche microcosmo di perturbanti avventure post-adolescenziali.
All'inizio si parlava del ragazzino come una delle figure più rappresentative del nostro novecento letterario: diviso eternamente tra la soglia dell'entusiasmo e quella della disperazione (Mario Luzi, nell'introduzione a questa edizione scrive che le apparizioni successive della vita oscillano e si moltiplicano senza confermare alcuna nozione definitiva) Sergio in realtà s'erge a monumento di una rappresentazione finemente psicologica dell'infanzia e della sua problematicità.
Sergio, che è lo stesso Bilenchi in un chiaro raffronto autobiografico, detta le leggi di una riappropriazione dell'elemento emotivo alla 'sintassi' della Storia (con la esse maiuscola). L'autore e il suo romanzo fanno proprio il tempo come misura privilegiata di verità.
Meglio ancora: vi è nel Conservatorio di Santa Teresa un perfetto mix (equilibrio?) tra suggestioni fantastiche, invenzione vera e propria, studio psicologico e realtà legata alla storia più stringente.
In questo romanzo Bilenchi racconta di sé bambino, del padre (davvero socialista, come Bruno) e della paura del crescere.
Scriveva il poeta Alfonso Gatto, sempre amico dello scrittore, proprio a proposito del Conservatorio: Mai opera di contemporaneo fu così sofferta e meditata, come impressa nella sua fede...
Uno dei romanzi più sensibili e squisitamente cesellati del nostro Novecento.


L'edizione da noi considerata è:

Romano Bilenchi
Conservatorio di Santa Teresa
Vallecchi - 1973



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