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CLASSICI

Alfredo Ronci

Un altro dimenticato in nome dell'ideologia: Dino Garrone e il suo 'Sorriso degli etruschi'.

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Ci è dato sapere in parte quanto Garrone fosse sodale col fascismo (per una ridefinizione esatta del personaggio andrebbero rilette le corrispondenze con gli amici e colleghi), ma il suo consenso gli costò in seguito stima e seguito. Una straordinaria intelligenza unita ad una passione per l'avventura e ad una volontà di emergenza lo portano ad un'adesione romantica al regime. Lui stesso definì la scelta un drammatico equivoco, ma questa lo condannò, suo malgrado, ad una forzata rimozione postbellica.

Discorso non nuovo, soprattutto in questa rubrica, basti pensare a Marcello Gallian, fascista della prima ora, rimasto incollato, lui sì coerente, all'idea robusta ed innovativa di un movimento in fieri, che per capacità letterarie ed intuitive rappresenta una delle figure più poetiche ed innovative della nostra letteratura prebellica.

Dunque Garrone e il fascismo: ma ci piace rileggere la sua storia da un'altra angolazione, proprio perché l'esperienza politica entra solo a tratti, e brevemente, nell'opera letteraria, opera che non è facile riordinare, soprattutto per mancanza di ristampe e di studi approfonditi.

Meglio ancora: all'interno della sua dimensione politica Garrone tenta di combattere e riformare le tendenze più retrive e accademiche della cultura di regime (pensò, ad un certo punto della sua attività letteraria, di fondare una rivista antisolariana e antirondista).

Non ci piace, nonostante si riconosca allo scrittore una smania all'azione e un desiderio impellente di modernità, il profilo che il prefatore Sebastiano Vassali ne fa: un precursore dello sperimentalismo e della neo-avanguardia. Il Sorriso degli Etruschi – dice Vassalli – è l'immagine, anticipata, di una scrittura che si allonta vertiginosamente dalla realtà. Di una scrittura che è il contrario della realtà e che riflettendola tende ad annullarla.

Preferiamo considerarlo sì moderno (lontano mille miglia, nella sua prosa, il classicismo alla Baldini), ma sempre in un ambito controllato, pur se sanguigno e riformatore. La sua letteratura è concentrata spesso sul paesaggio, sulla forza della natura (si pensi: nel luglio del 1929 con due amici attraversa l'Adriatico in tempesta a bordo di un cutter) e sulla desolazione dell'esistenza.

Basterebbe la dedica che Garrone fa alla madre, all'inizio del libro, per capire quanto della sua innata predisposizione al cambiamento si 'scontri' poi con un abbandono poetico e classico della sua prosa: Quando nell'inferno io sarò confitto nel ghiaccio sino alla gola, gli altri dannati mi vedranno sorridere. Perché, milioni di chilometri più su, mia madre sta discorrendo di me con le sante.

Sorriso degli etruschi è un libro che potrebbe benissimo essere diviso in tre parti: la prima, quella più sostanziosa, è costituita da una serie di racconti che esprimono, senza mezzi termini, le passioni dell'uomo: a cominciare dal mare... rabbioso, storto, epilettico, pieno di occhiacci e lampeggi, a giorni turchese, a giorni zolfo: colore e sentore. E quando in calma respira, gioca, parlotta sul greto, sempre ti guarda come un fratello ammalato che rida sonoro, domandi, risponda,e intanto a noi trema l'angoscia nel cuore al pensiero che forse in quell'immemore riso sono in agguato le convulsioni che, rapido, lo rovesceranno tra poco. ('Terra di Marche')

C'è la sua terra, le Marche, e soprattutto la città di Ancona (la città sembra allora una zebra...): non vi è, invece, e non potrebbe essere altrimenti, la resistenza al nuovo in una dinamica tutta provinciale. Garrone convive benissimo con le sue radici, ma s'avvale di queste per una sorta di rinascimento personale.

E' uomo modernissimo nelle relazioni personali, cioè nella percezione, lontana anni luce dall'asserto dio-patria famiglia, di una loro incongruità, come in 'Parabola', dove una passione amorosa piano piano si 'liquefa' (I fidanzamenti eterni che piacevano al corrotto Novalis sono eterni al sol patto di essere brevissimi, clandestini, pieni di quarti d'ora rubati alle faccende e al rincasare) o nell'altro racconto 'Esuli' dove una coppia scoppia perché lui vuole andare via e lei non fa nulla per trattenerlo.

Certamente nell'arte di Garrone vi è una dimensione metafisica ed onirica, paradossalmente mai disgiunta da una correttezza del reale (chissà se Fellini lo ha mai letto!), soprattutto nelle rappresentazioni di personaggi popolari, autentici e sanguigni, fiaccati nell'animo dall'alienante condizione umana, come, ad esempio, l'omone de 'Il ritratto del gigante' o il personaggio de 'L'uccisione del ventriloquo' che crede, o crede di sognare, d'aver perso la voce solo perché è il ventriloquo a rubargliela.

Si parlava di una seconda e terza parte del Sorriso degli Etruschi: quest'ultima si 'limita' ad un racconto 'Frontiera 1931' che non è altro che una cronaca di un viaggio che l'autore fa partendo dall'Italia e attraversando la Svizzera (... perde a poco a poco ogni aspetto di artificio e ci si spiega costruita secondo un lucido ordine celeste.) per poi arrivare in Francia (ricordiamo che proprio a Parigi Garrone trovò la morte, nello stesso anno, per uno stupido incidente domestico).

La seconda parte è, se vogliamo, una mistura di contestazione ed immalinconimento: dove ci si scaglia contro i declamatori, i dicitori, i pensatori, i corsivisti e nello stesso tempo ci si interroga sul senso della vita e spesso sugli oggetti come elemento di sintesi.

Insomma Dino Garrone andrebbe non solo riabilitato, ma ripubblicato, proprio per dare testimonianza di un uomo, ancor più che 'agitatore', persino coerente nella sua ricerca disperata di valori, a cominciare da quelli letterari. Una stupida propensione al confronto ideologico l'ha trascinato nell'oblio.





L'edizione da noi considerata è:



Dino Garrone

Sorriso degli Etruschi

Interlinea - 2010











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