RECENSIONI
Ariel Magnus
Un cinese a Buenos Aires
Gran via, Pag. 264 Euro 16,50
Sarebbe il caso di cambiar rotta, perché qui in Italia oltre che c'è poco da ridere, quelli che non la raccontano giusta dicono che a far 'sorridere' in questo paese dei cachi sia solo Stefano Benni. Ma andiamo! Un autore che non ho mai sostenuto e che al massimo può far divertire una batteria di polli (lo so, si dice in modo diverso, ma provate voi a scrivere in successione 'ridere-sorridere-divertire' senza ripetersi e nello stesso tempo cercando di suggerire qualcosa di sensato!).
Tutto questo per? Per confessare che la prima parte di Un cinese a Buenos Aires è esilarante. Immaginate un argentino doc che dopo essere stato testimone in un processo per incendio viene rapinato dallo stesso cinese (di nome Li) che è stato ingiustamente arrestato per quel reato, e si trova dunque a convivere con migliaia di concittadini nel quartiere orientale della città argentina.
La sua idea della chinoiserie è simile a quel luogo comune che dice che non si vedono mai funerali cinesi. Pag. 53 (colloquio tra il rapinatore ed il rapinato): Li fece qualche tiro e in uno spagnolo elegante, così elegante che per qualche momento mi venne il dubbio che ci fosse qualcuno che lo stava doppiando, arrivai ad immaginarmi che il movimento delle labbra non coincidesse del tutto con i suoni che gli uscivano dalla bocca.
Il protagonista alle prese con una prostituta cinese: Ammetto di averla tenuta un po' sotto osservazione anch'io, fino a quel momento non lo avevo mai fatto con un cinese, tuttavia la mia indagine durò pochi secondi, giusto il tempo di verificare che non ce l'hanno orizzontale.
Ancora il protagonista alle prese con una 'moltitudine' di cinesi: feci uno sforzo di memoria e ricordai che era quello che aveva lasciato la stanza della mia cinese prima che ci entrassi io, quello che mi spaventò non fu tanto il fatto di incontrarlo lì, quanto piuttosto il rendermi conto che riuscivo a distinguere così bene un cinese da un altro da essere in grado di dire con certezza quando due erano lo stesso.
Insomma Magnus va giù apparentemente duro, dico 'apparentemente' perché sembra chiaro invece che il gioco dell'argentino tenderà a ribaltarsi, non tanto per la spiegazione finale dell'intreccio (ebbene sì, Un cinese a Buenos Aires è una sorta di noir, dove l'inghippo sta nel capire cosa ci cela dietro i numerosi incendi che hanno sconvolto un quartiere della città e per i quali il cinese 'primiero' è stato arrestato), quanto per una dinamica più civile e pertinente che coinvolgerà una visione più sociologica dei fatti e dei misfatti.
Paradossalmente però la parte finale che si vorrebbe più schioppettante ed esplosiva (un po' perché comunque dietro a tutto c'è un'indagine e poi perché in un turbinar di sequenze il finale lo si deve per forza pretendere sfizioso) risulta più statica e priva di mordente.
Magnus ha dato tutto all'inizio nel disegnare un personaggio 'sconvolto' dal contatto col 'diverso', che lo è ancora di più se lo si tiene sistematicamente a distanza; quando poi quest'ultima tende ad accorciarsi viene meno la costruzione stessa del confronto.
Rimane comunque una prima parte che è un vero e proprio fuoco d'artificio ed una seconda più rilassata e terzomondista (ma guai a dire che è dallo scontro che si sublima l'arte... non provateci nemmeno).
Consigliato a chi crede che Benni non sia l'unico che faccia ridere e consigliato soprattutto a quei poveracci che invece credono che Benni faccia davvero ridere.
di Alfredo Ronci
Tutto questo per? Per confessare che la prima parte di Un cinese a Buenos Aires è esilarante. Immaginate un argentino doc che dopo essere stato testimone in un processo per incendio viene rapinato dallo stesso cinese (di nome Li) che è stato ingiustamente arrestato per quel reato, e si trova dunque a convivere con migliaia di concittadini nel quartiere orientale della città argentina.
La sua idea della chinoiserie è simile a quel luogo comune che dice che non si vedono mai funerali cinesi. Pag. 53 (colloquio tra il rapinatore ed il rapinato): Li fece qualche tiro e in uno spagnolo elegante, così elegante che per qualche momento mi venne il dubbio che ci fosse qualcuno che lo stava doppiando, arrivai ad immaginarmi che il movimento delle labbra non coincidesse del tutto con i suoni che gli uscivano dalla bocca.
Il protagonista alle prese con una prostituta cinese: Ammetto di averla tenuta un po' sotto osservazione anch'io, fino a quel momento non lo avevo mai fatto con un cinese, tuttavia la mia indagine durò pochi secondi, giusto il tempo di verificare che non ce l'hanno orizzontale.
Ancora il protagonista alle prese con una 'moltitudine' di cinesi: feci uno sforzo di memoria e ricordai che era quello che aveva lasciato la stanza della mia cinese prima che ci entrassi io, quello che mi spaventò non fu tanto il fatto di incontrarlo lì, quanto piuttosto il rendermi conto che riuscivo a distinguere così bene un cinese da un altro da essere in grado di dire con certezza quando due erano lo stesso.
Insomma Magnus va giù apparentemente duro, dico 'apparentemente' perché sembra chiaro invece che il gioco dell'argentino tenderà a ribaltarsi, non tanto per la spiegazione finale dell'intreccio (ebbene sì, Un cinese a Buenos Aires è una sorta di noir, dove l'inghippo sta nel capire cosa ci cela dietro i numerosi incendi che hanno sconvolto un quartiere della città e per i quali il cinese 'primiero' è stato arrestato), quanto per una dinamica più civile e pertinente che coinvolgerà una visione più sociologica dei fatti e dei misfatti.
Paradossalmente però la parte finale che si vorrebbe più schioppettante ed esplosiva (un po' perché comunque dietro a tutto c'è un'indagine e poi perché in un turbinar di sequenze il finale lo si deve per forza pretendere sfizioso) risulta più statica e priva di mordente.
Magnus ha dato tutto all'inizio nel disegnare un personaggio 'sconvolto' dal contatto col 'diverso', che lo è ancora di più se lo si tiene sistematicamente a distanza; quando poi quest'ultima tende ad accorciarsi viene meno la costruzione stessa del confronto.
Rimane comunque una prima parte che è un vero e proprio fuoco d'artificio ed una seconda più rilassata e terzomondista (ma guai a dire che è dallo scontro che si sublima l'arte... non provateci nemmeno).
Consigliato a chi crede che Benni non sia l'unico che faccia ridere e consigliato soprattutto a quei poveracci che invece credono che Benni faccia davvero ridere.
di Alfredo Ronci
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