CLASSICI
Alfredo Ronci
Un figlio minore di Manzoni. “La bufera” di Edoardo Calandra.

Quando nel gran mondo torinese, verso la fine del settecento, cadeva a sorte il discorso sul castello e sul parco di Racconigi, capitava spesso di sentir soggiungere: “Anche i Claris hanno una bella campagna da quelle parti”.
Mi sono chiesto varie volte come cominciare questo ritratto di Edoardo Calandra, poi, come spesso accade, l’inizio di un romanzo è la chiave di volta per meglio comprendere le finalità di un autore. Queste poche righe, anche se davvero parziali, mettono in risalto le intenzioni dello scrittore e soprattutto il modo di classificarlo anche storiograficamente.
Calandra nacque a Torino l’11 settembre del 1852. E qui vi morì nel 1911. Ed è importante saperlo, perché le sue opere principali si riducono ad uno spazio ben limitato dal punto di vista geografico. E La bufera ancora di più.
Gli esordi narrativi di Calandra non sono facili. Decide di non avvicinarsi ai grandi maestri dell’epoca, tanto per fare due nomi: Gustave Flaubert e Robert Louis Stevenson, ma si convinse del rapporto e della comunanza che in quegli anni, intorno al 1883, aveva con gli scapigliati milanesi, con il Verga, con l’irrequieto Giovanni Faldella e anche col protagonista del Piemonte letterario contemporaneo, Giuseppe Giacosa. Ma un conto era per il Calandra prender parte a certi avvenimenti e a certe aspirazioni letterarie, un conto era poi costruire un proprio percorso narrativo.
La bufera uscì in prima edizione nel 1898 e non ebbe grandissima fortuna. Il rumore suscitato dai romanzi dannunziani ne coprì l’evento (stessa cosa capitò a Italo Svevo e alla sua Senilità, anche se quest’ultimo tramava con gli intrecci freudiani, mentre Calandra si rifaceva del tutto al classico romanzo storico).
E’ essenzialmente la storia di Torino e dintorni, in un preciso momento storico, quello in cui oltre ai grandi avvenimenti che si svolgevano (basti pensare alla rivoluzione francese e al periodo napoleonico), vi era anche la storia blanda e misurata, quella in cui gli aristocratici e i nobili facevano guerra con i francesi e in più c’era la nuova ondata dei così detti repubblicani. Era come un turbine impetuoso che rumoreggiava alto nei cieli, ma sibilava pure sulla terra e sulle acque.
E in questo terribile contesto si svolgono le vite, e le disgrazie, di Luigi Ughes, di sua moglie Liana e del conte Massimo Claris. A dire il vero, all’inizio del romanzo avviene un episodio che in qualche modo testimonia l’originalità del Calandra, cioè la scomparsa definitiva (cioè che da quel momento non comparirà più) di Luigi Ughes. Scomparsa che non sembra dettata da nessun motivo, se non quello, ma lo si vedrà più avanti, delle proposizioni del conte Claris.
Cosa ci dice di lui il Calandra: “A che sono ridotto!” pensava. “Non ho mai sentito tirar fucilate? Non ho mai visto uccidere gli uomini?” E’ stato lì alquanto senza sapere che fare, si mise sul letto, com’era suo costume quando voleva pensare a qualcosa d’importante. Ma le immagini dei due condannati, piantate nella sua mente, non vollero muoversi. Immagini ideali: poiché egli non li conosceva neppur di vista, e aveva sentito solo parlare assai di loro e degli affari in cui si trovavano coinvolti.
Dunque, considerando i tempi e le circostanze, non certamente un eroe o un guerriero. Massimo Claris potrebbe apparire un personaggio fuori tempo, più malato di quanto non lo si potrebbe immaginare, e forse adatto però al genere narrativo storico. Così come Liana, che persa dietro i ricordi e la passione per il marito, s’adatta perfettamente ad un ritratto decadente. E la stessa letteratura che ne esce fuori è e rimane decadente, lontano dallo stile e dalle preposizioni veriste.
Per questo la critica più accorta del tempo, ma anche quella più contemporanea, più che accostare il Calandra a modi e tempi veristi, lo accomuna all’arte del Manzoni. Soprattutto per questa visione storiografica del mondo (ma veramente piccolo mondo) che lo accomuna e lo configura come artefice solo di un restauro del romanzo storico tradizionale. Ma al di là di questo, pur mantenendo chiari le fattezze e gli scenari del Calandra, lontano dalle limpidezze dell’arte manzoniana.
Si potrebbe dire, appunto, un figlio minore del Manzoni.
Il libro da noi considerato è:
Edoardo Calandra
La bufera
Garzanti
Mi sono chiesto varie volte come cominciare questo ritratto di Edoardo Calandra, poi, come spesso accade, l’inizio di un romanzo è la chiave di volta per meglio comprendere le finalità di un autore. Queste poche righe, anche se davvero parziali, mettono in risalto le intenzioni dello scrittore e soprattutto il modo di classificarlo anche storiograficamente.
Calandra nacque a Torino l’11 settembre del 1852. E qui vi morì nel 1911. Ed è importante saperlo, perché le sue opere principali si riducono ad uno spazio ben limitato dal punto di vista geografico. E La bufera ancora di più.
Gli esordi narrativi di Calandra non sono facili. Decide di non avvicinarsi ai grandi maestri dell’epoca, tanto per fare due nomi: Gustave Flaubert e Robert Louis Stevenson, ma si convinse del rapporto e della comunanza che in quegli anni, intorno al 1883, aveva con gli scapigliati milanesi, con il Verga, con l’irrequieto Giovanni Faldella e anche col protagonista del Piemonte letterario contemporaneo, Giuseppe Giacosa. Ma un conto era per il Calandra prender parte a certi avvenimenti e a certe aspirazioni letterarie, un conto era poi costruire un proprio percorso narrativo.
La bufera uscì in prima edizione nel 1898 e non ebbe grandissima fortuna. Il rumore suscitato dai romanzi dannunziani ne coprì l’evento (stessa cosa capitò a Italo Svevo e alla sua Senilità, anche se quest’ultimo tramava con gli intrecci freudiani, mentre Calandra si rifaceva del tutto al classico romanzo storico).
E’ essenzialmente la storia di Torino e dintorni, in un preciso momento storico, quello in cui oltre ai grandi avvenimenti che si svolgevano (basti pensare alla rivoluzione francese e al periodo napoleonico), vi era anche la storia blanda e misurata, quella in cui gli aristocratici e i nobili facevano guerra con i francesi e in più c’era la nuova ondata dei così detti repubblicani. Era come un turbine impetuoso che rumoreggiava alto nei cieli, ma sibilava pure sulla terra e sulle acque.
E in questo terribile contesto si svolgono le vite, e le disgrazie, di Luigi Ughes, di sua moglie Liana e del conte Massimo Claris. A dire il vero, all’inizio del romanzo avviene un episodio che in qualche modo testimonia l’originalità del Calandra, cioè la scomparsa definitiva (cioè che da quel momento non comparirà più) di Luigi Ughes. Scomparsa che non sembra dettata da nessun motivo, se non quello, ma lo si vedrà più avanti, delle proposizioni del conte Claris.
Cosa ci dice di lui il Calandra: “A che sono ridotto!” pensava. “Non ho mai sentito tirar fucilate? Non ho mai visto uccidere gli uomini?” E’ stato lì alquanto senza sapere che fare, si mise sul letto, com’era suo costume quando voleva pensare a qualcosa d’importante. Ma le immagini dei due condannati, piantate nella sua mente, non vollero muoversi. Immagini ideali: poiché egli non li conosceva neppur di vista, e aveva sentito solo parlare assai di loro e degli affari in cui si trovavano coinvolti.
Dunque, considerando i tempi e le circostanze, non certamente un eroe o un guerriero. Massimo Claris potrebbe apparire un personaggio fuori tempo, più malato di quanto non lo si potrebbe immaginare, e forse adatto però al genere narrativo storico. Così come Liana, che persa dietro i ricordi e la passione per il marito, s’adatta perfettamente ad un ritratto decadente. E la stessa letteratura che ne esce fuori è e rimane decadente, lontano dallo stile e dalle preposizioni veriste.
Per questo la critica più accorta del tempo, ma anche quella più contemporanea, più che accostare il Calandra a modi e tempi veristi, lo accomuna all’arte del Manzoni. Soprattutto per questa visione storiografica del mondo (ma veramente piccolo mondo) che lo accomuna e lo configura come artefice solo di un restauro del romanzo storico tradizionale. Ma al di là di questo, pur mantenendo chiari le fattezze e gli scenari del Calandra, lontano dalle limpidezze dell’arte manzoniana.
Si potrebbe dire, appunto, un figlio minore del Manzoni.
Il libro da noi considerato è:
Edoardo Calandra
La bufera
Garzanti
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