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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Andrea Appetito

Vietato calpestare le rovine

Effigie, Pag. 94 Euro 15,00
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Un’edizione elegante e curatissima racchiude 19 racconti. Racconti la cui cifra si può definire con un ossimoro: densa rarefazione (o rarefatta densità). Mi spiegherò meglio più avanti. Intanto è da notare la scelta dei titoli, ciascuno dei quali si riferisce a un luogo geografico, come se tutti insieme dovessero tessere una sorta di nervatura che percorre il mondo attraverso il tempo e lo spazio. Sono tutti brevissimi e a un primo sguardo potrebbero apparire minimalisti, cosa che non sono. La loro brevità si organizza in modi diversi e perfino opposti: alcuni colgono un momento preciso e breve, dilatandone il sapore quanto basta per farne apprezzare le sfumature, altri riassumono una vita intera, concentrandola in modo che gli assi portanti ne emergano in rilievo. Per quanto diversi e ambientati in luoghi e in tempi lontani fra loro, essi sono misteriosamente legati. Lo spiega bene Massimo Bucchi nella sua nota in copertina, così ben scritta da valere come un racconto a sé stante, in aggiunta agli altri. In un unico affresco trovano posto misteriosi e tetri luoghi di prigionia (L’Isola delle nebbie), leggende orientaleggianti e mistiche (Damasco e Arkhangelsk) e storie di straordinaria quotidianità: fra queste Lisboa, dove si raccontano con tenerezza e grande finezza psicologica le umili giornate di una vedova e la sua elaborazione del lutto.
   Questa raccolta è un arco teso tra il fantastico e il quotidiano, accomunati da una vibrazione surreale. Riguardo a quest’ultimo aspetto, è esemplare Hogansport. Vi aleggia un erotismo che prescinde dal sesso e una sacralità che prescinde dal divino. Teatro dell’azione è un ristorante esclusivo situato in un luogo remoto fra le nevi, dove la crudeltà coincide con la massima raffinatezza e dove clienti miliardari possono ordinare piatti unici e irripetibili, cucinati con le carni degli ultimi esemplari di specie in estinzione. Lo chef è l’officiante di un rito curato nei minimi particolari. In questo racconto si sperimenta appunto quell’insieme di densità e rarefazione che è la cifra di tutto il libro. Il tempo è scandito da pochi gesti essenziali, i silenzi sono significativi e necessari, la posta in gioco è alta.
… Il cliente è rimasto impassibile. Nessuna espressione facciale. Solo dopo che lo chef ha nominato l’alternativa del rinoceronte gli si è accesa una ruga frontale piccola ma profonda. Lui non vuole la carne del rinoceronte di Giava. Lui vuole la sua carne. Vuole il leopardo di Amur.
   Con rara eleganza l’autore costruisce un pathos progressivo. Si sa che ci sarà un colpo di scena, e che sarà terribile. La fantasia si sguinzaglia verso derive truculente, e il lettore arriva a dare per scontata un’orrenda conclusione. A questo punto anche il lettore ha fatto la sua parte di fatica creando il proprio personale racconto, e ne è agghiacciato. Ma il bello è che il racconto dell’autore non è lo stesso: lui ha il suo asso nella manica, più originale, che riesce a sorprendere senza deludere le aspettative.
   Affidare al lettore una parte del lavoro immaginativo, senza sottrarsi al proprio, è un’altra delle particolarità di Andrea Appetito. Non si può dire che lasci le storie in sospeso, però è certo che volutamente lascia, nel tessuto, delle maglie larghe in cui si può ricamare molto. In questo modo, quando si chiude il libro dopo ogni racconto (è così che consiglio di leggerli, uno alla volta) l’eco continua a risuonare dentro e a produrre altre immagini e altre storie. Le atmosfere sono sempre di grande suggestione, a volte velate da una patina di antico che le trasforma in leggende. Sono storie antiche o moderne, a seconda dei casi, ma hanno qualcosa di onirico, fatale, esemplare e ineluttabile. Fanno pensare a Borges, inevitabilmente.


di Giovanna Repetto


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