RECENSIONI
Denton Welch
Voce da una nube
Casagrande, Pag. 276 Euro 18,50
Partirei dalle frasi finali del romanzo: Le mie gambe erano affaticate. Avrei desiderato che la signora Hellier andasse in ricognizione da sola e poi mi riferisse il suo parere. In questo modo avrei potuto parlare da solo con il dottor Farley. Ma non lo proposi nemmeno. Il dottor Farley sembrava chiedersi perché non fossi ansioso di visitare la casa.
In queste ultime parole c'è, soprattutto per chi ha avuto il buon gusto di leggere tutto il resto che precede, un senso del distacco dolorosissimo e presago di commiato definitivo.
Ma ho bisogno di note biografiche e sensazioni di lettura per condividerlo.
Denton Welch è purtroppo scrittore dimenticato: ogni tanto qualche sprazzo editoriale gli restituisce luce, altrimenti è costretto nell'ombra perenne. Ombra che nemmeno i pochi anni vissuti hanno dissipato. Sfortunato, ma grande: un incidente in bicicletta lo costringerà ad una lunga degenza, ma la lesione alla spina dorsale provocata dallo scontro lo porterà lentamente alla fine. Morirà a soli 33 anni lasciando tre romanzi e numerosi racconti.
Voce da una nube (ineccepibile la traduzione di Vanni Bianconi) è il resoconto di quell'infortunio e della lunga permanenza dello scrittore in alcuni ospedali, ma è soprattutto un romanzo di incontri e sostanze. E la sostanza più grossa è, paradossalmente, l'assenza di una figura femminile. Oh sì, nelle pagine facciamo la conoscenza di diverse donne, ma nessuna di loro fa da contraltare all'elemento omosessuale costituito dall'amico Mark Lynch, che appare quasi improvvisamente a circa metà del romanzo, e soprattutto dal dottor Farley. Ma sono considerazioni strappate più al nostro inconscio che ad un vero e proprio dato di fatto: Welch lavora di fino, rappresenta l'umanità con la stessa delicatezza e tangibilità di un pittore che usi pastello. L'abbozzo può anche sembrare sfumato, ma è nell'indeterminatezza del tratteggio che sta la forza. Un'umanità apparentemente indistinta, in realtà segnata eccome.
Il mondo ristretto dello scrittore, prima gli stanzoni affollati di un ospedale e solo alla fine una stanza personale in una clinica privata, diventa ben presto l'unico universo possibile e le giornate che si susseguono si moltiplicano esponenzialmente, anche nella loro monotonia.
Il romanzo a volte stagna, ma è la resa perfetta sulla carta di uno stato d'animo che non potrebbe avere scatto diverso. Diluita nel tempo è la speranza di un cambiamento, ma anche la fine che si avvicina.
Voce da una nube si ferma giustamente prima della tragedia: non è un diario consegnato post-mortem, è solo un frammento, importante, di una vita che poi sarà improvvisamente interrotta (come quando a volte in tv si vede il gesto immediatamente precedente ad un suicidio, ma non la fine della persona).
Qualcuno particolarmente sfizioso ha fatto notare che la trama del libro ricorda in modo impressionante quella di Slow man dello scrittore sudafricano e premio Nobel J.M.Coetzee. Direi dettagli. Lì c'era una riflessione sulla vita vissuta di un sessantenne costretto all'immobilità. In Voce da una nube vi è un commovente, e quasi inimmaginabile, commiato dal mondo.
Preferisco affidare l'ultimo di ricordo di Welch alla penna di William Burroughs in occasione della prefazione al suo Checca.
Quando scrivevo Strade morte mi sentivo in contatto spirituale con lo scrittore inglese Denton Welch, e avevo modellato direttamente su di lui l'eroe del romanzo, Kim Carson. Interi paragrafi mi uscivano quasi sotto dettatura, come in una seduta spiritica. Ho già scritto di quel fatidico mattino dell'incidente che lasciò Denton invalido per quel che restava della sua breve vita. Se si fosse trattenuto un po' più a lungo qui, e non così a lungo là, sarebbe mancato all'appuntamento con l'automobilista che colpì da dietro la sua bicicletta senza alcuna ragione apparente. A un certo punto Denton si era fermato a prendere un caffè e, guardando i cardini, in parte rotti, delle imposte di una finestra del bar, era stato colto da un senso di desolazione e lutto universali. Perciò ogni evento di quel mattino è carico di un significato speciale, come se fosse sottolineato. Questa portentosa preveggenza permea la scrittura di Welch: un pasticcino, una tazza di tè, un calamaio acquistato per pochi scellini si caricano di un significato speciale e spesso sinistro.
di Alfredo Ronci
In queste ultime parole c'è, soprattutto per chi ha avuto il buon gusto di leggere tutto il resto che precede, un senso del distacco dolorosissimo e presago di commiato definitivo.
Ma ho bisogno di note biografiche e sensazioni di lettura per condividerlo.
Denton Welch è purtroppo scrittore dimenticato: ogni tanto qualche sprazzo editoriale gli restituisce luce, altrimenti è costretto nell'ombra perenne. Ombra che nemmeno i pochi anni vissuti hanno dissipato. Sfortunato, ma grande: un incidente in bicicletta lo costringerà ad una lunga degenza, ma la lesione alla spina dorsale provocata dallo scontro lo porterà lentamente alla fine. Morirà a soli 33 anni lasciando tre romanzi e numerosi racconti.
Voce da una nube (ineccepibile la traduzione di Vanni Bianconi) è il resoconto di quell'infortunio e della lunga permanenza dello scrittore in alcuni ospedali, ma è soprattutto un romanzo di incontri e sostanze. E la sostanza più grossa è, paradossalmente, l'assenza di una figura femminile. Oh sì, nelle pagine facciamo la conoscenza di diverse donne, ma nessuna di loro fa da contraltare all'elemento omosessuale costituito dall'amico Mark Lynch, che appare quasi improvvisamente a circa metà del romanzo, e soprattutto dal dottor Farley. Ma sono considerazioni strappate più al nostro inconscio che ad un vero e proprio dato di fatto: Welch lavora di fino, rappresenta l'umanità con la stessa delicatezza e tangibilità di un pittore che usi pastello. L'abbozzo può anche sembrare sfumato, ma è nell'indeterminatezza del tratteggio che sta la forza. Un'umanità apparentemente indistinta, in realtà segnata eccome.
Il mondo ristretto dello scrittore, prima gli stanzoni affollati di un ospedale e solo alla fine una stanza personale in una clinica privata, diventa ben presto l'unico universo possibile e le giornate che si susseguono si moltiplicano esponenzialmente, anche nella loro monotonia.
Il romanzo a volte stagna, ma è la resa perfetta sulla carta di uno stato d'animo che non potrebbe avere scatto diverso. Diluita nel tempo è la speranza di un cambiamento, ma anche la fine che si avvicina.
Voce da una nube si ferma giustamente prima della tragedia: non è un diario consegnato post-mortem, è solo un frammento, importante, di una vita che poi sarà improvvisamente interrotta (come quando a volte in tv si vede il gesto immediatamente precedente ad un suicidio, ma non la fine della persona).
Qualcuno particolarmente sfizioso ha fatto notare che la trama del libro ricorda in modo impressionante quella di Slow man dello scrittore sudafricano e premio Nobel J.M.Coetzee. Direi dettagli. Lì c'era una riflessione sulla vita vissuta di un sessantenne costretto all'immobilità. In Voce da una nube vi è un commovente, e quasi inimmaginabile, commiato dal mondo.
Preferisco affidare l'ultimo di ricordo di Welch alla penna di William Burroughs in occasione della prefazione al suo Checca.
Quando scrivevo Strade morte mi sentivo in contatto spirituale con lo scrittore inglese Denton Welch, e avevo modellato direttamente su di lui l'eroe del romanzo, Kim Carson. Interi paragrafi mi uscivano quasi sotto dettatura, come in una seduta spiritica. Ho già scritto di quel fatidico mattino dell'incidente che lasciò Denton invalido per quel che restava della sua breve vita. Se si fosse trattenuto un po' più a lungo qui, e non così a lungo là, sarebbe mancato all'appuntamento con l'automobilista che colpì da dietro la sua bicicletta senza alcuna ragione apparente. A un certo punto Denton si era fermato a prendere un caffè e, guardando i cardini, in parte rotti, delle imposte di una finestra del bar, era stato colto da un senso di desolazione e lutto universali. Perciò ogni evento di quel mattino è carico di un significato speciale, come se fosse sottolineato. Questa portentosa preveggenza permea la scrittura di Welch: un pasticcino, una tazza di tè, un calamaio acquistato per pochi scellini si caricano di un significato speciale e spesso sinistro.
di Alfredo Ronci
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