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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Jean Echenoz

Ravel

Gli Adelphi, Pag. 116 Euro 10,00
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Con Echenoz ero rimasto indietro, ai tempi di Noi tre, che mi 'doveva' piacere perché avendo il libro una discendenza fantastica e dirigendo il sottoscritto una rivista con una decisa impronta nel genere, era, come si dice, il classico cacio sui maccheroni.

Vai a sapere perché poi ho abbandonato lo scrittore francese e gli ho chiuso la porta in faccia. Per molti anni. La riapertura della quale è avvenuta con la riproposizione di Ravel, che Adelphi lanciò nel 2007 ed ora di nuovo in libreria con le edizioni tascabili.

Andrebbe letto nelle scuole di scrittura creativa (ammesso che servano a qualcosa, ma visto che in giro ce ne sono a iosa, proporre loro qualche dritta dovrebbe non disturbare nessuno) per far capire a questi indigeni e giovani intraprendenti in cerca di fama imperitura che la letteratura, quella fatta bene, non si nutre della noiosa diaristica postuniversitaria e peggio ancora postliceale. Nemmeno delle angosciose riflessioni sul senso della vita di trentenni già morti in partenza, cioè nell'atto di emettere il primo vagito stonatissimo. Tantomeno del falso realismo antecedente l'educazione di massa che fa tanto presa nella scrittrice malinconica di derivazione popolare e provinciale.

Ravel è un racconto perfetto (o quasi, perché poi l'assolutezza si scontra spesso con qualcosa che è destinata a superarla: tranne Michael Phelps che non è possibile sovrastare!), perché definirlo romanzo è eccessivo, data la lunghezza e la 'sobrietà': ma è un davvero un piccolo gioiello letterario (e sin dall'inizio si capisce perché è piaciuto tanto ad Arbasino che dice: riprende e gioca le strategie 'obiettive' del vecchio Nouveau Roman. Ma le usa coi più lampanti criteri della Nouvelle Cuisine; accostamenti insoliti di ingredienti minimalissimi e raffinatissimi. Diavolo di un Arbasino che riesce a dire tanto anche quando non dice fondamentalmente un cazzo!).

Ravel è la storia del grande compositore, seguito dal momento in cui intraprende il suo primo viaggio negli Usa (non prima di averlo deliziosamente ritratto mentre esce da una vasca da bagno col bordo troppo alto) fino alla sua morte. E Echenoz ce lo descrive, con un processo di miniaturizzazione che dovrebbe essere studiato, basso, anonimo, scontroso, annoiato, ansioso, depresso e anche malato. Ma soprattutto vero.

Sembra di vederlo pensare ed agire nel suo piccolo appartamento della periferia parigina: di più, abbiamo la percezione precisa di seguirlo attraverso istantanee che ne impressionano il ricordo.

In Ravel non vi è la pedissequa uggia del biografo, o spesso dello storico, vi è invece la brillantezza espositiva di uno scritto in stato di grazia che ha capito dove la letteratura, per essere grande, deve lavorare di sottrazione piuttosto che di addizione. E addizionare soprattutto stronzate, come spesso si fa in questi anni mesti ed inutili.

Della serie: meglio un Echenoz riuscitissimo che un intero premio Campiello. Meglio uno scrittore illuminato che un intero premio Strega.

Uomo (e lettore) avvisato...



di Alfredo Ronci


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Gustoso


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Parole sacre, queste; ma di qualche tempo fa. E peccato che oggi il sacro non conti niente.

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