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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

AA.VV.

Sette colli in nero

Alacràn, Pag.351 Euro 18,80
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Felisatti e Pittorru. Autori d'una serie tv trasmessa nei primi Settanta, dal titolo, se male non ricordo, Qui squadra mobile. Tra i non dimenticati interpreti, Luigi Vannucchi e Orazio Orlando.

No: non voglio innalzare alti lài -né ubaldilài - alla televisione di una volta, che ha, forse, l'unico merito che possano vantare anche le democrazie reali: il resto è peggio. Vorrò invece far partecipe il/la Lettore/trice d'un mio piccolo ricordo d'infanzia. Autostrada. Tardo pomeriggio 197... boh? Torniamo da una gita. Ci fermiamo a una stazione di servizio, per motivi da dedursi. C'è un piccolo supermercato. In un angolo, una libreria girevole. Mi attira una copertina rigida, blu e gialla. E' uno dei polizieschi dei due Autori, scontato - a prezzo ridotto, cioè. Come tutti i ragazzini dell'epoca, mi piaceva ritrovare nei libri storie e personaggi tv - per prolungare l'ineffabile godimento dell'allora non decantabile (in cassetta) visione.

Sorpresa! Nomi e circostanze erano quelle tv: però, leggendo, scoprivo che i compassati eroi del piccolo incorniciato luminoso, e i loro avversari cattivi ma stylish, con ben altra pasta vetrìna erano modellati. Innanzitutto, emozioni ed azioni possedevano una dinamica ben più violenta e maligna. Poi, i dialoghi erano ben più diretti, e grevi - come in un bel film della Archibugi, si dicevano perfino delle parole in -azzo e -onzo!

Scoprìi dunque che Jeckyll-tv aveva un Hyde-libro: non avvertìi un tradimento, bensì una sorta di ebbrezza, mista alla brezza che proveniva dal finestrino aperto nella corsa dell'auto. Come avevo sempre sospettato dai film di fantascienza - ma nessuna realtà s'era fatta appiglio perché il dubbio si palesasse in linguaggio, in coscienza dunque - esisteva una dimensione parallela alla nostra, un mondo "diverso, fatto (anche) di sesso", per parafrasare Rino Gaetano.

Ed ecco quest'antologia, in cui compare, primo, Massimo Felisatti: linea di fase tra potenza del ricordo e attualità della scrittura, e punto di massima d'un azeòtropo. Per chi l'avesse dimenticato, una miscela azeotropica è un assieme di componenti che sotto determinati parametri si comporta come una sostanza pura: analogo di quelle antologie che hanno un tema conduttore "forte", ove perciò le individualità degli Autori ben si ritrovano senza omologarsi.

Motivo conduttore - lo ricorda il titolo - della presente raccolta è tracciare un percorso nella "seconda dimensione" dell'Urbe: quella che ispira e conserva la sua qualità meno presentabile, l'essere, se appena si gratta la sottile sfoglia moderna e illuminata, una continua stratificazione "necropolitana". E' il core anfibio di Roma: letto e vissuto alla romanesca, inno al volemose bbene, al "chi ha avuto ha avuto ha avuto". Intonato all'inglese, nucleo duro, ferrigno, fantasmatico, conturbante - e, però: Gioachino Belli, nei suoi sonettàcci impunìti, di gioiosa porcaggine, non già spesso sprofondava nella fanghiglia stercolìta dell'umanità cittadina, per riecheggiarne le più oscure risonanze con immagini poderose - i precordi papali "in balsamella" di San Vincenz'e Satanàssio a Trevi, la morte trionfante ne La commare secca e Il cimiterio de'la Morte, quindi il luogo del vitalismo più sfrenato (La madre de'le sante!) tradotto anch'esso in vischioso e tetro scavo?

Ecco allora il cimento degli Autori a rendere quest' "inCONnu" (se si vuole alla latina: "in-cùnnus"): e non solo in questa direzione di profondità, ma soprattutto realizzando la presenza della Roma "invisibile" - sebbene sotto gli occhi di tutti, più volte emersa nella cronaca e nell'immaginario (il recente Romanzo criminale) -, del "doppio" che sfioriamo o attraversiamo muovendoci nella multiforme città - o nella sua dimensione "femminile"? Malgrado infatti gli scrittori riuniti siano perlopiù maschietti, la presenza del femminino è robusta, e talvolta nelle caratteristiche da poco evidenziate: la doppiezza dell' Aminah di Felisatti, meretrice honesta, divisa tra mestiere e rispettabilità, tra pappone bianco e pelle e "amico" neri, e delle ragazzine-quasi donne di Testa; la loro sensualità, e quella lo(lite)sca e tragica delle modelle e giovanissime comparse delle pagine ferragostane di Ivo Scanner; l'improvvisa invisibilità che, d'un tratto e per paradosso, rende visibile - cioè degna di venir raccontata - la Marietta venditrice di fiori di carta della quale Keats s'era (nella storia) invaghito, doppia nella sua denaturazione a fantasma, nel breve scritto di Ben Pastor; (*) e, nel bel contributo della Pesaresi, il rincorrersi in fuga dello Scarpia "decostruito" in protettore e architetto e amante d'un'orfanella il cui destino certo sarebbe stato il servaggio prima e il puttanismo poi, non si fosse lui mosso a pietà fattiva, rinnovando per questa Maria l'operato di Pigmalione (seppur scettico), e non avesse avuto lei l'eccezionale talento che diede vita, trasformandola, a Floria Tosca - donn'Anna in una rappresentazione di quel Don Giovanni in cui a proposito si canta "hai sposo e padre in me".

Lo "stile nero", come "il fondo di brace" delle radiografie gozzaniane, fa emergere dunque il bianco d'una presenza femminile: Rossana sul balcone non è che "un chiarore", laddove Cyrano è "un'ombra". Che l'Urbe sia città nera d'ombre, è noto: l'intuizione che viene da queste pagine è appunto che vi si scopra a contrasto il non meno perturbativo pallore raggiante (e cadaverico) del suo estro, come marmi nei Fori cadenti - e non faceva così la vecchia tv, che proprio sull'alternarsi e sul mescidarsi di bianco e nero, di chiaro e scuro, si basava, allusiva? E la scrittura medesima, non è forse mettere nero su/contro bianco?

E, però: proprio nella scrittura qui si avverte la mancanza d'un controcanto, d'un'altra voce, d'un chiaroscuro che, come nei disegni, dia tridimensionalità alle figure. Può essere comprensibile non si voglia stuzzicare il fighetto che è in ogni Lettore - compresi quelli delle Case editrici - proponendo loro dialoghi in vernacolo, o sfumati in esso: e magari è giustificabile al gusto degli Editor - quelli rimasti - che pàssino co' la pianozza sugli elaborati, espurgandone ogni sia pur lontana vaghezza di dialetto. Ma peggio si fa: è possibile mai che personaggi (di ambienti che vanno dal primo Ottecento a oggi, dall'infima alla più elevata classe sociale) e Autori (romani, romaneschi, romaneschi d'adozione, romanzeschi), parlino TUTTI, ma TUTTI, allo stesso modo, nello stesso "italìccio" - italiano da fìccion - che sentiamo proporre nei seriali tv? Eppure - nei libri e negli sceneggiati - ascolti e liste di bessèlleri non incoronano Camilleri, il cui italiano, verghianamente, ha una elaborata e riconoscibile matrice sicula, e De Cataldo e il romano pesante de' suoi malàntri? Persino un testo di complicata intelligenza come Troppi paradisi - di Walter Siti, manco a dirlo - non rinuncia a puntuali e servili (rispetto alla dinamica del testo) intarsi vernacolari. Dunque, solo per dire della caratterizzazione regionale fra le possibili, non ci pare figlia di puttana, né scaduta nelle pratiche nominabili, e neppure sconveniente alla resa commerciale.

Invece, no. Perché? Boh. Insomma: venìssimo a capi' che so' mmisteri. (G. G. Belli)



(*) Keats a Roma ha sollecitato pure la fantasia di Anthony Burgess, Autore di A clockwork orange e troppo altro. Vedi Abba Abba, Robin Edizioni, 1999(2).





di Vera Barilla


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Il Funzionario e altri racconti del Trofeo Rill e dintorni.

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