RACCONTI
Giulio Zambon
Cinque racconti molto brevi

1.
metto un gettone nel carrello mentre tu ti allontani. la nebbia si infittisce dietro le tue spalle, bucata dai neon del penny market. tocco il bacio che mi hai lasciato sulla bocca. la cassiera strofina qualcosa sul lettore di codici a barre: guarda il vetro delle porte scorrevoli, vede l’accatastarsi dei carrelli, un uomo con le dita sulle labbra.
2.
c’è un neon natalizio che contorna il vetro del bancone. dietro il vetro, trincee di bottiglie. conto 3
euro e 90, li soppeso dentro la mano: dico “una margherita”. la carcassa di un kebab, nel fondo della
stanza, gira attorno a se stessa: la ballerina di un carillon, una giostra di cavalli senza bambini.
imbuco le mani nelle tasche del cappotto. il proprietario accatasta il vetro delle bottiglie di heineken
al vetro delle bottiglie di peroni; da dietro lo sportello del frigo, due bambine si rincorrono,
sgusciano fuori dal bancone: una stringe nel pugno il bacchetto di un chupa chups gusto cola. se lo
scambiano, lo premono sulla lingua. “pizza”. chiedo una forchetta di plastica. mi abbandono
all’avvicendarsi del rosso al verde, nel neon natalizio; il blu che succede al verde. e poi ancora
rosso.
3.
compriamo due paia di pantofole. un 39/40 per te; un 43 per me, anche se porto il 45. gli scaffali
sono spopolati come alberghi, alberghi degli anni ‘70, e ne conservano l’asciutta, composta
desolazione. la commessa annuncia “sono 4 euro”, cerco la tua nuca tra le scatole da scarpe.
con una cassa di nestlé vera 6x2L, torniamo a casa. indichi quello che, mesi fa, era un lidl: “guarda,
hanno smontato l’insegna”.
4.
i fattorini glovo prendono l’autobus delle 23 e 48, e tornano a casa come api sfigurate, formiche che
tossiscono. incastrano le biciclette nella pancia dell’autobus; è il cubo giallo con la cerniera e le
spalline a condurli, trascinarli nel limite di due braccioli, di un sedile liso sconvolto da tiamojessica
e bave di bianchetto liquido papermate. i fanali dell’autobus pugnalano con stanchezza la notte che
si deposita sull’asfalto; è la stessa stanchezza, la stanchezza dei vinti, che i fattorini glovo vedono
confusa nel buio, guardandosi, nel riflesso dei finestrini dell’autobus.
5.
la polvere di caffè nel fondo del barattolo, e io che la raduno con un cucchiaio. le tapparelle alzate:
il mattino spalanca la sua luce sul tuo viso. avvito la moka e la sistemo sul fornello; mi siedo sulla
sedia per guardarti. il chiarore di ogni cosa si raduna, come poco prima radunavo il caffè, attorno
alle tue palpebre, riemerse dal sonno.
metto un gettone nel carrello mentre tu ti allontani. la nebbia si infittisce dietro le tue spalle, bucata dai neon del penny market. tocco il bacio che mi hai lasciato sulla bocca. la cassiera strofina qualcosa sul lettore di codici a barre: guarda il vetro delle porte scorrevoli, vede l’accatastarsi dei carrelli, un uomo con le dita sulle labbra.
2.
c’è un neon natalizio che contorna il vetro del bancone. dietro il vetro, trincee di bottiglie. conto 3
euro e 90, li soppeso dentro la mano: dico “una margherita”. la carcassa di un kebab, nel fondo della
stanza, gira attorno a se stessa: la ballerina di un carillon, una giostra di cavalli senza bambini.
imbuco le mani nelle tasche del cappotto. il proprietario accatasta il vetro delle bottiglie di heineken
al vetro delle bottiglie di peroni; da dietro lo sportello del frigo, due bambine si rincorrono,
sgusciano fuori dal bancone: una stringe nel pugno il bacchetto di un chupa chups gusto cola. se lo
scambiano, lo premono sulla lingua. “pizza”. chiedo una forchetta di plastica. mi abbandono
all’avvicendarsi del rosso al verde, nel neon natalizio; il blu che succede al verde. e poi ancora
rosso.
3.
compriamo due paia di pantofole. un 39/40 per te; un 43 per me, anche se porto il 45. gli scaffali
sono spopolati come alberghi, alberghi degli anni ‘70, e ne conservano l’asciutta, composta
desolazione. la commessa annuncia “sono 4 euro”, cerco la tua nuca tra le scatole da scarpe.
con una cassa di nestlé vera 6x2L, torniamo a casa. indichi quello che, mesi fa, era un lidl: “guarda,
hanno smontato l’insegna”.
4.
i fattorini glovo prendono l’autobus delle 23 e 48, e tornano a casa come api sfigurate, formiche che
tossiscono. incastrano le biciclette nella pancia dell’autobus; è il cubo giallo con la cerniera e le
spalline a condurli, trascinarli nel limite di due braccioli, di un sedile liso sconvolto da tiamojessica
e bave di bianchetto liquido papermate. i fanali dell’autobus pugnalano con stanchezza la notte che
si deposita sull’asfalto; è la stessa stanchezza, la stanchezza dei vinti, che i fattorini glovo vedono
confusa nel buio, guardandosi, nel riflesso dei finestrini dell’autobus.
5.
la polvere di caffè nel fondo del barattolo, e io che la raduno con un cucchiaio. le tapparelle alzate:
il mattino spalanca la sua luce sul tuo viso. avvito la moka e la sistemo sul fornello; mi siedo sulla
sedia per guardarti. il chiarore di ogni cosa si raduna, come poco prima radunavo il caffè, attorno
alle tue palpebre, riemerse dal sonno.
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