RECENSIONI
Gesualdo Bufalino
Diceria dell'untore
Sellerio, Pag. 224 Euro 8,00
Mariano Grifeo Cardona di Carnicarao: così, senza economizzare una sillaba, usava firmar il dottore...fedele a quel pregiudizio mediterraneo secondo cui l'interiezione e la pletora aggiungono alle parole non solo opulenza ma credito, come in un abbigliamento magico, dove maschere e piume, più ridondano, meglio si esaltano e si danno forza a vicenda>. Questo è Bufalino che spiega Bufalino: una forza dirompente, meglio penetrante, attraverso una prosa sontuosa e generosa e una lingua inebriante che immancabilmente riesce prima a disorientare e poi con maestria funambolica riesce a portare il lettore precisamente dove vuole lui, non solo a leggere, ma visceralmente a vivere, a costringerci nella situazione del protagonista, a vederci feriti ma ancora vivi davanti al sentimento confuso della morte. Siamo nell'immediato secondo dopoguerra nel sanatorio la Rocca; il protagonista, l'io narrante, (costretto nella struttura dalla tubercolosi, un polmone sconciato dalla fame e dal freddo, così come altri veterani vivi ancora per pochi residui sentimenti superstiti eppure sempre affacciati nella loro costante idea di morte) entra nelle grazie del dottor Mariano Grifeo Cardona di Carnicarao, chiamato da tutti solamente "Il gran magro", una figura scontornata e ambigua; un pericoloso povero diavolo più dedito all'alcool che ai progressi dei suoi pazienti. Tra loro, carnefice e vittima, entrambi orfani di ogni futuro, si interpone Marta una ballerina che in passato ha conosciuto già due volte la morte da vicino. Tra lei e il protagonista nasce un amore miope alla loro condizione, ma anche agli ostacoli che tentano di separarli, come la gelosia del gran magro e la stretta sorveglianza delle suore. L'autore siciliano non avrebbe probabilmente definito in questa maniera il suo romanzo basato su di un'esperienza autobiografica, ma il tema nero e sempre eterno dell'amore e della morte, inserito in un impianto favolistico e immaginifico, ampiamente sorretto da una generosa lingua che rende credibile e palpabile ogni riga, trasforma la storia in una sorta di horror metafisico. Una storia sospesa dell'orrore, nella quale la speranza e l'amore sovrastano e combattono il senso di colpa e d'ineluttabilità di un destino che appare incontrastabile e oramai già compiuto all'interno di un teatro sacrale e al contempo mefistofelico come un sanatorio, dal quale tutti escono sconfitti; un purgatorio che non ammette redenzioni, ma lascia solamente testimoni, o delatori di una retorica e di una pietà, come il protagonista colpevole di aver trasgredito all'implicita e angosciosa promessa fatta ai suoi compagni di sanatorio: di non sopravvivere a loro. Diceria dell'untore è l'opera prima, (fa sorridere scriverlo) di Bufalino, uscita per volere di Leonardo Sciascia nel 1981 (ora ristampata in occasione del quarantennale della Sellerio), ma scritto negli anni della glaciazione neorealista, come li definì lo stesso autore. Anni nei quali veniva maggiormente premiata una scrittura senza fronzoli, una letteratura dell'impegno,che a quanto pare, fu considerata incompatibile con la ricercatezza, la musicalità della parola e uno stile sublime capace di raccontare questioni di vita e di morte. Poca roba, insomma.
di Massimiliano Di Mino
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