RECENSIONI
John Ajvide Lindqvist
L'estate dei morti viventi
Marsilio, Pag. 380 Euro 17,50
...Aveva visto la trilogia di Romero sugli zombie, e anche se non si era aspettata qulacosa di simile... almeno... Qualsiasi cosa, oltre a qualche fotografia e articolo sui giornali. Peter non faceva alcun commento, la cosa non sembrava eccitarlo.
Certo la domanda sorge spontanea: come è possibile raccontare una storia di morti viventi dopo che per decenni ci siamo sorbiti le incursioni letterarie e cinematografie di individui risorti improvvisamente dall'aldilà?(Peccato poi non conoscere lo svedese, perché il titolo italiano è sicuramente paraculo, ma non abbiamo la possibilità di conoscere l'originale).
Ma mi sia consentito dire che qua è tutt'altra storia. Intendiamoci, il giusto tributo ai padri fondatori del genere c'è (così come abbiamo riportato all'inizio il riferimento a Romero): Lasciò scorrere lo sguardo sugli scaffali per vedere se trovava qualcosa da leggere. Per lo più erano romanzi dell'orrore. Stephen King, Clive Barker, Lovecraft. Li aveva letti tutti, e non aveva voglia di rileggerli (Pag.196). Dunque pace: gli estimatori degli istinti primordiali nella narrativa stiano tranquilli e cheti, qui non si vuole nulla, non si vuole contestare un primato che tutt'ora resta, alimentato anche da un continuo apporto cinematografico.
Ma Lindqvist lavora molto più di fino rispetto all'esasperazione del grandguignol, e a sostegno della tesi aggiungo che in questo suo sviluppo, tanto per essere in tema, ricorda il migliore King. Perché quello che lo scrittore svedese vuole, al di là di un amore innegabile per il fantastico e per il genere che da esso si estrinseca inevitabilmente – basta ricordare il precedente libro, Lasciami entrare, omaggio sentito e sentimentale alla tematica dei vampiri – è una sorta di faccia a faccia con la realtà del proprio paese, e forse non solo.
C'è scritto a pag. 363: Quella sera nel giardino di Ely aveva desiderato che... sì, che qualcosa succedesse. Qualcosa che cambiasse la Svezia per sempre. Adesso era successo e cosa era cambiato? Niente. Il terrore creava terrore, l'odio creava odio e alla fine tutto quello che rimaneva era un mucchio di corpi bruciati. Come dappertutto, comse sempre.
Non è difficile avvertire nel brano un pessimismo che lambisce la sfera politica: l'ho detto altre volte, proprio a proposito della letteratura scandinava, l'omicidio di Olaf Palme ha rappresentato per la Svezia, ma forse non solo per essa, un punto di assoluto non ritorno. Dopo il fattaccio nulla è stato come prima, e non basta nemmeno la resurrezione di un migliaio di individui (tanti sono nel romanzo, non una una torma di gente come in genere avviene in altre avventure) a determinare uno spostamento di prospettiva. Come dice appunto Lindqvist, nulla è cambiato e nulla probabilmente cambierà.
Poi se volete mettere da parte i miei 'pistoloni' socio-politici L'estate dei morti viventi rimane un gustoso libro di horror, ma un horror lontano dai 'misfatti' a cui siamo ormai abituati (sul significato di 'misfatti' lascio libera interpretazione).
di Alfredo Ronci
Certo la domanda sorge spontanea: come è possibile raccontare una storia di morti viventi dopo che per decenni ci siamo sorbiti le incursioni letterarie e cinematografie di individui risorti improvvisamente dall'aldilà?(Peccato poi non conoscere lo svedese, perché il titolo italiano è sicuramente paraculo, ma non abbiamo la possibilità di conoscere l'originale).
Ma mi sia consentito dire che qua è tutt'altra storia. Intendiamoci, il giusto tributo ai padri fondatori del genere c'è (così come abbiamo riportato all'inizio il riferimento a Romero): Lasciò scorrere lo sguardo sugli scaffali per vedere se trovava qualcosa da leggere. Per lo più erano romanzi dell'orrore. Stephen King, Clive Barker, Lovecraft. Li aveva letti tutti, e non aveva voglia di rileggerli (Pag.196). Dunque pace: gli estimatori degli istinti primordiali nella narrativa stiano tranquilli e cheti, qui non si vuole nulla, non si vuole contestare un primato che tutt'ora resta, alimentato anche da un continuo apporto cinematografico.
Ma Lindqvist lavora molto più di fino rispetto all'esasperazione del grandguignol, e a sostegno della tesi aggiungo che in questo suo sviluppo, tanto per essere in tema, ricorda il migliore King. Perché quello che lo scrittore svedese vuole, al di là di un amore innegabile per il fantastico e per il genere che da esso si estrinseca inevitabilmente – basta ricordare il precedente libro, Lasciami entrare, omaggio sentito e sentimentale alla tematica dei vampiri – è una sorta di faccia a faccia con la realtà del proprio paese, e forse non solo.
C'è scritto a pag. 363: Quella sera nel giardino di Ely aveva desiderato che... sì, che qualcosa succedesse. Qualcosa che cambiasse la Svezia per sempre. Adesso era successo e cosa era cambiato? Niente. Il terrore creava terrore, l'odio creava odio e alla fine tutto quello che rimaneva era un mucchio di corpi bruciati. Come dappertutto, comse sempre.
Non è difficile avvertire nel brano un pessimismo che lambisce la sfera politica: l'ho detto altre volte, proprio a proposito della letteratura scandinava, l'omicidio di Olaf Palme ha rappresentato per la Svezia, ma forse non solo per essa, un punto di assoluto non ritorno. Dopo il fattaccio nulla è stato come prima, e non basta nemmeno la resurrezione di un migliaio di individui (tanti sono nel romanzo, non una una torma di gente come in genere avviene in altre avventure) a determinare uno spostamento di prospettiva. Come dice appunto Lindqvist, nulla è cambiato e nulla probabilmente cambierà.
Poi se volete mettere da parte i miei 'pistoloni' socio-politici L'estate dei morti viventi rimane un gustoso libro di horror, ma un horror lontano dai 'misfatti' a cui siamo ormai abituati (sul significato di 'misfatti' lascio libera interpretazione).
di Alfredo Ronci
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