RECENSIONI
Victor Gischler
La gabbia delle scimmie
Meridiano Zero, Pag. 255 Euro 15,00
Un amico gay mi fa: ma l'hai visto l'uomo sulla copertina del libro di Gischler? Lo voglio! E me lo sposo. E poi il protagonista de La gabbia delle scimmie Charlie Swift mi sta ancora di più simpatico se penso che ha la sua stessa faccia.
Sulla simpatia di quest'ultimo ci andrei piano: per carità, è uno concreto, uno coi piedi per terra, ma attenzione, se gli salta la mosca sul naso fa sfracelli. A scanso di equivoci: uno dei personaggi più violenti che mi sia capitato d'incontrare (narrativamente ovvio).
Gischler sguazza nell'hard-boiled, nell'ultraviolenza, nel grandguignol più efferato, con un linguaggio ad hoc della serie: cristo-merda-cazzo-joe. Cinematografico quanto si vuole, tarantiniano quanto si vuole, ma necessario. Perché una storia di clan malavitosi non potrebbe sopravvivere all'interno di un'ossatura linguisticamente più strutturata.
Parliamone. Un critico sfizioso recentemente ha adottato un termine per indicare lo stile dei nuovi narratori italiani: 'neostandard'. Potenza delle parole e anche potenza dell'inutilità. 'Neo' prosupporrebbe una situazione già pre-esistente (ma come diceva il compianto Gassman in un vecchio spot pubbliciatario: ah questo lo ignoro), 'standard', secondo sempre il critico, per un'omologazione della grammatica riveduta alla base della grammatica del parlato. E si aggiungeva: spesso si scrive come i traduttori rendono le pagine degli scittori stranieri.
Può darsi, ma il linguaggio, come tutte le cose, va contestualizzato.
La gabbia delle scimmie adotta una scansione che va a cecio con le dinamiche della trama: guizzante, mozzafiato, impazzita e che se poi l'indigena letteratura ne fa calchi, beh, non sono affari di Gischler.
Ri-parliamone. Anzi, facciamo degli esempi.
Pag. 34: Era arrivato nel 1955 con una pistola e due palle d'acciaio inossidabile. La sua voce faceva l'effetto di un carico di sassi in un'asciugatrice.
Pag. 178: Ehi, lo sai cosa sono le stigmate? – Un problema di vista.
Per carità, piccole tracce (anche se ritengo la prosa, in questo preciso contesto, dinamica), ma illuminanti per riaccendere la controversia sulla lentezza e sulla velocità della realtà
ma anche dello stesso linguaggio.
Anni fa a scuola s'insegnava come Verga avesse adottato un nuovo modo di scrivere e avesse inaugurato il verismo: leggendo per caso dei diari di bordo e riflettendo sull'essenzialità di quelle note. Bene: adottiamo lo stesso sistema per confrontarci con le diverse 'impronte' della narrativa contemporanea. E' inutile chiedersi il perché di una 'neostandardizzazione' (ce n'è stata un'altra?) dello stile. E' solo il risultato di una globalizzazione (lo so, il termine è abusato) del comportamento. E tenendolo a mente lo si storicizza.
Se volete una storia di criminali, di sparatorie, di scazzottate, di sangue, di vendette e di killer psicopatici La gabbia delle scimmie fa per voi: non cercateci l'allure arbasiniana. Sarebbe come cercare del sano antifascismo in Giampaolo Pansa.
Lo so, polemicucce di strada, ma ce l'avevo lì
di Alfredo Ronci
Sulla simpatia di quest'ultimo ci andrei piano: per carità, è uno concreto, uno coi piedi per terra, ma attenzione, se gli salta la mosca sul naso fa sfracelli. A scanso di equivoci: uno dei personaggi più violenti che mi sia capitato d'incontrare (narrativamente ovvio).
Gischler sguazza nell'hard-boiled, nell'ultraviolenza, nel grandguignol più efferato, con un linguaggio ad hoc della serie: cristo-merda-cazzo-joe. Cinematografico quanto si vuole, tarantiniano quanto si vuole, ma necessario. Perché una storia di clan malavitosi non potrebbe sopravvivere all'interno di un'ossatura linguisticamente più strutturata.
Parliamone. Un critico sfizioso recentemente ha adottato un termine per indicare lo stile dei nuovi narratori italiani: 'neostandard'. Potenza delle parole e anche potenza dell'inutilità. 'Neo' prosupporrebbe una situazione già pre-esistente (ma come diceva il compianto Gassman in un vecchio spot pubbliciatario: ah questo lo ignoro), 'standard', secondo sempre il critico, per un'omologazione della grammatica riveduta alla base della grammatica del parlato. E si aggiungeva: spesso si scrive come i traduttori rendono le pagine degli scittori stranieri.
Può darsi, ma il linguaggio, come tutte le cose, va contestualizzato.
La gabbia delle scimmie adotta una scansione che va a cecio con le dinamiche della trama: guizzante, mozzafiato, impazzita e che se poi l'indigena letteratura ne fa calchi, beh, non sono affari di Gischler.
Ri-parliamone. Anzi, facciamo degli esempi.
Pag. 34: Era arrivato nel 1955 con una pistola e due palle d'acciaio inossidabile. La sua voce faceva l'effetto di un carico di sassi in un'asciugatrice.
Pag. 178: Ehi, lo sai cosa sono le stigmate? – Un problema di vista.
Per carità, piccole tracce (anche se ritengo la prosa, in questo preciso contesto, dinamica), ma illuminanti per riaccendere la controversia sulla lentezza e sulla velocità della realtà
ma anche dello stesso linguaggio.
Anni fa a scuola s'insegnava come Verga avesse adottato un nuovo modo di scrivere e avesse inaugurato il verismo: leggendo per caso dei diari di bordo e riflettendo sull'essenzialità di quelle note. Bene: adottiamo lo stesso sistema per confrontarci con le diverse 'impronte' della narrativa contemporanea. E' inutile chiedersi il perché di una 'neostandardizzazione' (ce n'è stata un'altra?) dello stile. E' solo il risultato di una globalizzazione (lo so, il termine è abusato) del comportamento. E tenendolo a mente lo si storicizza.
Se volete una storia di criminali, di sparatorie, di scazzottate, di sangue, di vendette e di killer psicopatici La gabbia delle scimmie fa per voi: non cercateci l'allure arbasiniana. Sarebbe come cercare del sano antifascismo in Giampaolo Pansa.
Lo so, polemicucce di strada, ma ce l'avevo lì
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