RECENSIONI
Enrico Unterholzner
Lo stagno delle gambusie
Meridiano Zero, Pag. 155 Euro 12,00
Pure le gambusie! Uno dirà, ma che sono? Prima di cimentarmi nella lettura del romanzo ho aperto il vocabolario ed ho letto il suo significato (e non riferisco, perché vorrei spingere i lettori a non essere pigri). Tra l'altro a pag. 40 del testo si legge: Avevo pensato più di una volta che viviamo in un mondo pieno di gambusie, eppure nessuno ha la più pallida idea di che cosa siano. Invece il leone sanno tutti che cos'è, come se i canneti e i campi di ortiche nostrani fossero pieni di leoni. Ma le gambusie, che vivono praticamente in tutti i corsi d'acqua, sono ignote ai più.
Ora il giovane scrittore padovano sa, anzi, dovrebbe sapere, che di canneti e di campi di ortiche, soprattutto in città, se ne vedono davvero pochini e che quindi la disconoscenza de 'sti animaletti che ripuliscono gli stagni (se ho ben capito, sono come i pesci pulitori negli acquari) è tutto sommato consentita.
Ma come ovvio l'attenzione del romanzo non è concentrata sulla fauna ittica, ma su altre cose (oggetti, e vedremo poi) e sul protagonista, di cui la madre, morta, in qualche modo di lui avrebbe pensato: Se avesse potuto esercitare un potere da morta non l'avrebbe certamente aiutato, e forse avrebbe fatto di tutto per dimostrare ciò che aveva sempre sostenuto da viva: ovvero che lui non era nient'altro che un disadattato.
Sì perché Geremia, l'originale e bizzarro 'elemento' di questa storia disadattato lo è per davvero: pur essendo un brillante ed efficiente lavoratore, nel privato ha qualche problemino. Scostando conoscenze ed amici si bea della compagnia di due oggetti che al lettore meno smaliziato,all'inizio, potrebbero far pensare a degli animali, dal momento che l'uomo li accarezza, li abbraccia, ci parla e impedisce agli altri (quali? Chi?) di avvicinarli: in realtà sono una teiera ed una trottola.
Quello che Unterholzner racconta è un mondo chiuso e claustrofobico dove l'elemento umano non si discosta poi molto dall'elemento più materico, in una simbiosi (mi verrebbe da dire consanguineità) che rasenta, ça va sans dire, la psichiatria.
Non voglio raccontare il finale (ma immaginarlo non è fatica erculea, anzi): quel che mi preme sottolineare è altro. Dove la giovane narrativa contemporanea aggiunge, nell'incantamento (falso e subdolo) di un universo rutilante e rumoroso, la prosa di Unterholzner sottrae, nel senso che riduce la proiezione di un mondo alle quattro pareti di casa.
Questo è senz'altro un risultato inusuale (chi ci segue sa quanta fatica facciamo a star dietro ad una letteratura assordante e chiassosa come tutto il resto), ma Lo stagno delle gambusie è storiellina assai fragile, come il protagonista, dove basta una soffiata leggera di brezza per far saltare addirittura le fondamenta.
Ci si aspetterebbe altro da chi si scaglia contro le nevrosi della società per ridursi a ricomporre quelle personali e, come in questo caso, 'diverse'.
Si parteggia per Geremia, il protagonista, ma l'epilogo della storia, oltre a pensarlo inevitabile ci suggerisce cinicamente che la legge del più forte vale sempre e comunque.
Anche in letteratura. Provare per credere.
di Alfredo Ronci
Ora il giovane scrittore padovano sa, anzi, dovrebbe sapere, che di canneti e di campi di ortiche, soprattutto in città, se ne vedono davvero pochini e che quindi la disconoscenza de 'sti animaletti che ripuliscono gli stagni (se ho ben capito, sono come i pesci pulitori negli acquari) è tutto sommato consentita.
Ma come ovvio l'attenzione del romanzo non è concentrata sulla fauna ittica, ma su altre cose (oggetti, e vedremo poi) e sul protagonista, di cui la madre, morta, in qualche modo di lui avrebbe pensato: Se avesse potuto esercitare un potere da morta non l'avrebbe certamente aiutato, e forse avrebbe fatto di tutto per dimostrare ciò che aveva sempre sostenuto da viva: ovvero che lui non era nient'altro che un disadattato.
Sì perché Geremia, l'originale e bizzarro 'elemento' di questa storia disadattato lo è per davvero: pur essendo un brillante ed efficiente lavoratore, nel privato ha qualche problemino. Scostando conoscenze ed amici si bea della compagnia di due oggetti che al lettore meno smaliziato,all'inizio, potrebbero far pensare a degli animali, dal momento che l'uomo li accarezza, li abbraccia, ci parla e impedisce agli altri (quali? Chi?) di avvicinarli: in realtà sono una teiera ed una trottola.
Quello che Unterholzner racconta è un mondo chiuso e claustrofobico dove l'elemento umano non si discosta poi molto dall'elemento più materico, in una simbiosi (mi verrebbe da dire consanguineità) che rasenta, ça va sans dire, la psichiatria.
Non voglio raccontare il finale (ma immaginarlo non è fatica erculea, anzi): quel che mi preme sottolineare è altro. Dove la giovane narrativa contemporanea aggiunge, nell'incantamento (falso e subdolo) di un universo rutilante e rumoroso, la prosa di Unterholzner sottrae, nel senso che riduce la proiezione di un mondo alle quattro pareti di casa.
Questo è senz'altro un risultato inusuale (chi ci segue sa quanta fatica facciamo a star dietro ad una letteratura assordante e chiassosa come tutto il resto), ma Lo stagno delle gambusie è storiellina assai fragile, come il protagonista, dove basta una soffiata leggera di brezza per far saltare addirittura le fondamenta.
Ci si aspetterebbe altro da chi si scaglia contro le nevrosi della società per ridursi a ricomporre quelle personali e, come in questo caso, 'diverse'.
Si parteggia per Geremia, il protagonista, ma l'epilogo della storia, oltre a pensarlo inevitabile ci suggerisce cinicamente che la legge del più forte vale sempre e comunque.
Anche in letteratura. Provare per credere.
di Alfredo Ronci
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