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RECENSIONI

Davide Orecchio

Sei biografie infedeli

Gaffi editore, Pag. 238 Euro 15,50
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Malauguratamente è l'inganno la prima cosa a cui si pensa leggendo il libro. Cioè l'essere ingannati da una costruzione letteraria che ricorda altri. O forse solo uno: Roberto Bolaño. Ma chi ha buon occhio ha buon cuore (lasciatemelo credere). La chiave di lettura di Sei biografie infedeli è l'attesa: Davide Orecchio si distacca subito dal cileno e racconta con gagliarda precisione materia diversa dalla pseudobiblia o dalla mistificazione tipiche dell'autore di 2066.

Dunque biografie, ma infedeli: nel senso che lo scrittore sente il bisogno di allontanarsi dalla verità non per puro gioco speculativo, ma crediamo per una sorta di autodifesa. Come non pensarlo leggendo la quarta ('Episodi della vita di Pietro Migliorisi 1915-2001'), esaltante da un punto di vista strettamente narrativo e coinvolgente da un punto di vista sentimentale (quando la biografia fa a cazzotti con l'autobiografia?)?

Queste sono storie dignitosamente politiche, che vogliono dare un senso al nostro esistere, ma spesso minate dalle disillusioni, dal mal de vivre, e dal dolore (dice Betta Rauch, 'semplificando' il titolo: Spesso dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite.)

Spesso nemmeno ci si riesce a ricostruirle, come nel caso di Ester ('Ester Terracina 1951-1976') che subisce continue violenze nell'Argentina di Videla (dice Orecchio nella postilla al racconto e che in qualche modo indica il percorso che ha seguito: nomi e fatti sono inventati, pur appartenendo a migliaia di vite e di morti che vi riconosceranno qualcosa di proprio), o come nelle vicende di Eschilo ('Eschilo Licursi 1899-1964'), uomo integerrimo e antifascista che, dopo molto vagare, si lascia quasi morire nella memoria dei suoi cari.

Sei biografie infedeli racconta più volte di uomini che cercano pace, rapiti prima dagli stimoli straordinari che la vita può offrire, successivamente dalle condizioni opposte: Migliorisi che era poeta, giovane, voleva la guerra per diventare uomo e adesso è solo uno che s'affloscia col viso sporco di terriccio, occhi irritati, l'olfatto tormentato, e cerca pace...

Mi chiedo, alla fine, quanto di artificioso ci sia in questo libro, e quanto invece sia determinato, come dicevo all'inizio, da una sorta di autodifesa dell'autore: potrebbe essere una questione assolutamente fittizia e senza alcun valore. Ci si lamenta spesso, oggi, del 'mal tiempo', dell'assoluta propensione diaristica della giovane narrativa. Qui Acerbo fa l'esatto contrario: racconta le vicende di altri, ma la sua letteratura gli impedisce di restarne fuori.

Scriveva Ludwig Feuerbach: Quanto più si allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe il cerchio degli uomini la cui compagnia è gradita.

Nel caso di Orecchio potremmo parafrasare: quanto più si allarga la nostra conoscenza di vite che vale la pena di esser raccontate, altrettanto si allarga quella dell'umana inutilità.



di Alfredo Ronci


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