RECENSIONI
Paolo Cognetti
Una cosa piccola che sta per esplodere
Minimum fax, Pag.158 Euro 10,00
Dunque, la scuola. Ebbene sì, comincio da qui. L'insistenza con cui la scuola italiana tralascia la letteratura contemporanea (ma per contemporanea intendo quella subito prima e dopo la seconda guerra mondiale) ha inevitabilmente indotto molti ragazzi a convogliare i propri interessi nella direzione indicata dal mercato. Mercato che spesso, almeno per quel che riguarda la narrativa, non è mera merceologia, per fortuna, ma che comunque è indice di un potere mediologico.
Perché dico ciò? Perché intervistando giovani, ed indigene, promesse della scrittura vado scoprendo come le radici del nostro sistema culturale siano totalmente ignorate. Per carità, non voglio farmi nemici ed indicare scale di valori, ma se uno scrittore ventenne ignorasse Vittorini , Loria o D'Arzo – grandi peraltro – ci si potrebbe passar sopra. Il lutto è che passano inosservati i Pasolini, i Moravia, i Fenoglio.
Dunque?
Dunque ci ritroviamo una promettente pattuglia di scrittori che ha come punto di riferimento le icone di un mercato pop (inteso nell'accezione brillantemente illustrata da Franco Bolelli nel suo saggio Garzanti Cartesio non balla), peraltro essenziali e necessari, ma non uniche, crediamo noi.
Intervistando Cognetti ho percepito questa realtà, che non crea una frattura, intendiamoci, nel senso che non determina una lontananza culturale tra mondi diversi. Sono convinto,come tutti, che proprio perché subiamo una globalità, la assorbiamo anche nei suoi aspetti positivi. E le espressioni narrative dei paesi, anche reinterpretate non possono non far bene. Quel che non va è "l'ignoranza" (è virgolettato, tranquilli) delle proprie fondamenta.
Cognetti sceglie, è la seconda volta, la forma del racconto, che crediamo più congeniale, non per questo inferiore alla struttura più estesa del romanzo. E la sceglie per un'esigenza primaria e poi perché traccia di riferimento di modelli narrativi consolidati (pensiamo a Carver, Grace Paley, lo stesso Hemingway, perché no la Flannery O'Connor, che hanno fatto del racconto un vero e proprio monumento letterario). E la sceglie per raccontare stavolta non donne come nel primo libro Manuale per ragazze di successo, ma adolescenti (la ragazza anoressica di Pelleossa, i due amici-rivali e del loro segreto rifugio in La meccanica del motore a due tempi, la Mina che sogna in continuazione suo padre che non le è mai appartenuto in situazioni quasi sempre ludiche in La figlia del giocatore o, nel racconto più toccante, La stagione delle piogge dove un adolescente crede di aver trovato il sostituto del padre). E questi racconti nella perfezione del dettaglio emotivo, sembrano davvero rappresentare una riconquista del mondo adolescenziale, come se lo stesso autore avesse deciso di ritornare indietro per riappropriarsi non di un tempo ritrovato, ma perché freudianamente tutto parte da lì. Quindi non solo per rivivere ricordi, ma rimpadronirsi dei mezzi necessari per controllarli senza subirli.
Assistendo ad una presentazione del libro ho sentito qualcuno dire che Cognetti è il migliore scrittore di racconti in Italia. Dettaglio veramente risibile. La letteratura non va sbandierata come se fosse l'ennesima manchette da copertina: va lentamente degustata. Il bello della scrittura di Cognetti è che sembra scivolarti addosso senza lasciare segni, in realtà ti morde a distanza, quando credevi già d'averla superata. E' meritorio che i suoi modelli siano di un certo tipo, ma se riuscisse a mischiarli ad altri, risulterebbe perfetto (e se no che l'ho scritto a fare il cappello iniziale!)
di Alfredo Ronci
Perché dico ciò? Perché intervistando giovani, ed indigene, promesse della scrittura vado scoprendo come le radici del nostro sistema culturale siano totalmente ignorate. Per carità, non voglio farmi nemici ed indicare scale di valori, ma se uno scrittore ventenne ignorasse Vittorini , Loria o D'Arzo – grandi peraltro – ci si potrebbe passar sopra. Il lutto è che passano inosservati i Pasolini, i Moravia, i Fenoglio.
Dunque?
Dunque ci ritroviamo una promettente pattuglia di scrittori che ha come punto di riferimento le icone di un mercato pop (inteso nell'accezione brillantemente illustrata da Franco Bolelli nel suo saggio Garzanti Cartesio non balla), peraltro essenziali e necessari, ma non uniche, crediamo noi.
Intervistando Cognetti ho percepito questa realtà, che non crea una frattura, intendiamoci, nel senso che non determina una lontananza culturale tra mondi diversi. Sono convinto,come tutti, che proprio perché subiamo una globalità, la assorbiamo anche nei suoi aspetti positivi. E le espressioni narrative dei paesi, anche reinterpretate non possono non far bene. Quel che non va è "l'ignoranza" (è virgolettato, tranquilli) delle proprie fondamenta.
Cognetti sceglie, è la seconda volta, la forma del racconto, che crediamo più congeniale, non per questo inferiore alla struttura più estesa del romanzo. E la sceglie per un'esigenza primaria e poi perché traccia di riferimento di modelli narrativi consolidati (pensiamo a Carver, Grace Paley, lo stesso Hemingway, perché no la Flannery O'Connor, che hanno fatto del racconto un vero e proprio monumento letterario). E la sceglie per raccontare stavolta non donne come nel primo libro Manuale per ragazze di successo, ma adolescenti (la ragazza anoressica di Pelleossa, i due amici-rivali e del loro segreto rifugio in La meccanica del motore a due tempi, la Mina che sogna in continuazione suo padre che non le è mai appartenuto in situazioni quasi sempre ludiche in La figlia del giocatore o, nel racconto più toccante, La stagione delle piogge dove un adolescente crede di aver trovato il sostituto del padre). E questi racconti nella perfezione del dettaglio emotivo, sembrano davvero rappresentare una riconquista del mondo adolescenziale, come se lo stesso autore avesse deciso di ritornare indietro per riappropriarsi non di un tempo ritrovato, ma perché freudianamente tutto parte da lì. Quindi non solo per rivivere ricordi, ma rimpadronirsi dei mezzi necessari per controllarli senza subirli.
Assistendo ad una presentazione del libro ho sentito qualcuno dire che Cognetti è il migliore scrittore di racconti in Italia. Dettaglio veramente risibile. La letteratura non va sbandierata come se fosse l'ennesima manchette da copertina: va lentamente degustata. Il bello della scrittura di Cognetti è che sembra scivolarti addosso senza lasciare segni, in realtà ti morde a distanza, quando credevi già d'averla superata. E' meritorio che i suoi modelli siano di un certo tipo, ma se riuscisse a mischiarli ad altri, risulterebbe perfetto (e se no che l'ho scritto a fare il cappello iniziale!)
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