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Il Paradiso degli Orchi
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Racconti

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Leonardo Tonini

Il minimalista

Vivo in una grande casa e ci vivo da solo. Non che sia essa chiusa agli amici e alle amiche, siano benvenuti gli ospiti, non che manchino i gatti di passaggio e i passeri nel giardino, ma sto bene così, la mia solitudine è in definitiva una scelta, libera per quanto mai possano essere libere le nostre scelte. La casa è avita, del nonno che fece la fortuna della famiglia tanto che, sia il mio ormai defunto padre che io, su questa fortuna ci abbiamo campato, e conto di camparci ancora qualche annetto.

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Antonio Carnuccio

Con un filo d'erba tra i denti

Il giorno in cui a Tommaso Trupìa fu diagnosticato il cancro, era d’aprile. Un cancro allo stomaco a lui che era stato da sempre vegan. I medici non glielo spiattellarono subito in faccia e, tergiversando, gli chiesero se potevano parlare con qualche suo parente. Ma egli rispose che non aveva uno straccio di parente prossimo e che voleva sapere subito, lì su due piedi, la verità.

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Leonardo Tonini

Lo stilita

Io sono lo stilita. Non uno stilita, ma lo stilita, l'erede dell'unico stilita incarnatosi svariate volte da Simeone a me. Io sono colui che ha riportato lo stilitismo in occidente e che cambierà le sorti di questo secolo. Questa è coscienza, non è un delirio di un pover'uomo andato fuori di testa: io sono e resto un pover'uomo, uno che sicuramente senza questa scoperta, cioè la scoperta di essere io lo stilita, sarebbe davvero rimasto un uomo incompleto e irrealizzato.

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Maurizio Chiararia

Resoconto di una storia senza tempo

La casa tremava tutta. Un incessante rumore la pervadeva. Sulle scale la ringhiera traballava, le porte scricchiolavano, gli scalini di marmo vibravano. I topi non trovavano scampo. La casa era deserta. Le stanze vuote e polverose. Mucchi di carta negli angoli. Gli scaffali contenevano oggetti corrosi dal tempo e mangiucchiati dai tarli. Le pareti erano uno sfacelo. Screpolate, alcune erano per metà abbattute. Si poteva passare da un appartamento all'altro liberamente.

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Antonio Caranas

Stanchezza

La donna scostò la tendina della finestra, guardò in alto poi in basso, c’erano ancora pozzanghere per la strada, ma doveva uscire. Per forza, non aveva più niente nella credenza e nel frigo. Per una settimana obbligata a casa da una malattia virale, non le era rimasta che una scatoletta di carne.

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Leo Ruberto

Ammazzare il tempo

Di mattina mi alzo e faccio colazione. L'ho sempre fatta. Un tempo la facevo in modo diverso. Quel tempo che è stato ma sembra non esserci mai stato. In cui non avevo in mano altro che la tazza e il dolce. Ora al mio fianco c'è l'aggeggio. L'aggeggio che c'è tutto il giorno, quello che hanno chiamato rivoluzionario per fare operazione di marketing. E che rivoluzionario lo è diventato mentre io me la ridevo: ce l'abbiamo tutti. Lo smartphone.

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Fabio Zuffanti

Doppia immagine

Lui è in piedi e le giura che cambierà. Lei è seduta sul letto e non gli crede. Lui le dice che non può pensare di non starle accanto per sempre. Lei gli rimprovera di avere vissuto, negli ultimi sei mesi, accanto a un'altra. Lui ammette il suo errore e le giura che da ora in poi tutto sarà diverso. Lei non dice nulla, si alza ed esce dalla camera. Lui le urla di ascoltarlo. Lei si chiude a chiave in bagno.

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Floriana Naso

Le tre età della donna

Non si riconosceva nell’immagine che dava di lei il quadro che aveva di fronte, quindi cercava se stessa attraverso i ricordi. Che cos’era diventata? Come aveva fatto a mutare pelle nel rimpianto di un’essenza che non sarebbe più tornata?

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Valentina Casadei

La Prima Sigaretta

Il suo primo giorno inspirava troppo poco ed espirava troppo a lungo. Sembrava un gas di scarico malfunzionante. Aveva scelto un pacchetto a caso, del quale apprezzava i disegni esotici di una palma nel deserto e l’idea di evasione che quest’ultima gli rimandava. La commessa aveva subito capito, considerato il suo tentennare per due minuti buoni, che Baptiste non era mai entrato in una tabaccheria in vita sua.

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Leo Ruberto

Balbet-t-are

Alle scuole medie gli altri mi chiamavano “Fi-filippa”, perché mi capitava di balbettare, non tanto spesso, per loro era abbastanza. In un momento qualsiasi qualcuno dal fondo dell'aula gridava: “Fi-filippa,” e tutti all'unisono aggiungevano: “Fa-facci 'na pippa”. Passai tutti quegli anni cercando di togliere quel nome da me.

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