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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Piergiorgio Paterlini

I brutti anatroccoli. Dieci storie vere.

Einaudi, Pag. 110 Euro 10,00
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Chi bisogna ringraziare perché Piergiorgio è tornato in libreria?
In verità il testo in visione è una cosa scritta da tempo (io ho la versione di Baldini & Castoldi) che l’autore ha voluto riproporre perché non c’è nulla di più concreto e abilmente depressivo della bruttezza.
Sì, Piergiorgio è di questo avviso: non c’è grazia, carineria o chissà che cosa  per tastare una persona brutta. Direi che di fronte a questa nulla è più concreto d una sentita afflizione.
E allora provate a pensare a quanto possa trafiggere “come un dolore” la bruttezza.
Eppure tra i protagonisti delle dieci storie si avvertono sensazioni diverse, possibilità cioè di vivere la situazione in maniera più distaccata. C’è chi non si lascia prendere dal panico: Credo di essere coerente in questo. Io no mi innamoro delle persone belle, ma di certi atteggiamenti: come uno si muove, come usa il proprio corpo, bello o brutto che sia, se ti dà la sicurezza.
Chi invece è preso dalla disperazione: Il mio è l’equilibrio di chi ha una stanchezza che va oltre la stanchezza, di chi non riesce più a vedere soluzioni alla propria vita.
C’è invece chi si lascia conquistare perché non vuole (non può?) lui stesso conquistare: Non potendo aspirare alle ragazze che mi piacevano, non ho mai scelto. Mi sono lasciato scegliere. Stavo con chi mi voleva, non con chi avrei voluto.
Dunque, al di là di certe visioni più lungimiranti, la bruttezza pone il soggetto in una condizione di passività. E lo stesso Piergiorgio non sa indicare soluzioni, mentre il suo discorso e le sue idee sfiorano intellettuali e artisti che a loro volta hanno tentato un approccio con la materia.
Ma alla presente vorrei portare un ricordo. Anni fa… e nemmeno pochi.
Un invito a cena: eravamo in cinque. Due coppie e il sottoscritto, come al solito da solo. La prima coppia erano gli amici che ospitavano. Poi c’era l’altra che sembrava un incrocio abbastanza azzardato: un uomo di cinquant’anni con un ragazzo di diciannove, appena diplomato.
Il maturo era passabile, ma il giovane era di una bruttezza esasperante. Ma con una dote nemmeno tanto nascosta: era simpatico. E quella simpatia si trasformò, almeno per me, in una adesione alla vita del tutto particolare.
Risultato? A fine serata il brutto era la persona più attraente e divertente della compagnia.
Per carità, non voglio ribaltare le considerazioni di Piergiorgio sulla bruttezza che sono appropriate e anche giuste, ma in tutta la faccenda c’è un quid sospeso che a volte fa ben sperare nell’evoluzione del sistema.
Ma vada anche la conclusione della polemica di Paterlini, che cita Saul Bellow: “Io mi chiesi perché mai le caratteristiche fisiche dovessero essere così importanti, e alla fine venne fuori questa risposta, che la bellezza fisica era il fondamento che teneva su tutto quanto.
Provare per credere.



di Alfredo Ronci


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