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Il Paradiso degli Orchi
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RECENSIONI

Piergiorgio Paterlini

Bambinate

Einaudi, Pag. 136 Euro 16,50
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E’ bello incontrare di nuovo Piergiorgio nelle librerie. Chissà perché non m’aspettavo quest’uscita. Uscita peraltro assai politica, perché tutto si può dire di questo romanzo, tranne che non sia politico. E sociologico. Ma di una sociologia lontana da qualsivoglia tentazione umanitaria.
Ma andiamo con ordine.
Ho imposto a me stesso di non leggere nulla su quello che critici e anche semplici lettori dicano o possano semplicemente intuire sul significato di Bambinate. Ma non lo faccio per sfida (cioè immaginare di essere migliore di altri… figuriamoci) né tantomeno per gioco (giochi infantili che alla fine si riducono al nulla). Ho imposto a me stesso di non leggere  nulla perché quello che davvero s’intuisce nel libro di Paterlini è una assoluta e determinata volontà di far apparire la giovinezza come l’arma (esatto, l’arma) più sottile e violenta della nostra esistenza.
In Bambinate non ci si svaga per noia o chissà per quale altro motivo, né ci si ricrea per un’innata propensione giovanilistica al divertimento più assoluto. No, in Bambinate si vive perché c’è ancora molto da fare per soffrire e soprattutto per far soffrire.
Il romanzo dunque è una condanna degli ardori bambineschi: non più baldorie rivestite di un’allure che solo i grandi possono coprire. No. La ferocia dell’infanzia, come dice il libro nella quarta di copertina, non conosce tempo, né confini. E proprio perché è così innaturale  nella sua costruzione (lasciamo stare gli studi e le reminiscenze sulle monellerie e la pubertà) fa fatica anche a ripianarsi quando dalla fase adolescenziale passiamo a quella successiva.
Alla fine poi non ha senso parlare solo di bambini, come non ha senso parlare di ragazzini tanto meno dell’infame birbonata degli anni passati o dell’incivile assassinio nel periodo adulto. Secondo me in questo romanzo l’unica cosa di cui si deve parlare è la violenza insita in ognuno di noi. Della nostra propensione a lasciarla correre con indulgenza anche con falsa pietà.
Capisco la propensione del libro a percorrere le vie di una cristologia di fondo: come il Pilato bambino che non riesce a venir fuori da  una situazione di angosciosa repressione. Ma alla sempieterna religione dell’attesa preferisco ancora una volta la determinazione di una violenza schiacciante. Che schiaccia ognuno di noi, perché ognuno di noi la vuole in quanto adulti e quindi anche e soprattutto bambini.
Nessuno prima d’ora aveva raccontato la violenza dei bambini come fatto in sé. Si era preferito farlo rivestendola di abiti falsi e moderni.  Paterlini ha raccontato la cosa giusta.

di Alfredo Ronci


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