I Classici

Tra D’Annunzio e il caos: “La Velia” di Bruno Cicognani.
Qual era questa allergia che Cicognani si portava dietro? Diciamocelo francamente, lo scrittore è uno di quei casi che perde il nome e il successo posteriori perché c’è stato accanto, o comunque vicinissimo a lui, un pezzo grosso dell’editoria.

L’anticipo della dolce vita: “Gente al Babuino” di Ugo Moretti.
Il Babuino è sovrappopolato di belle donne, di donne brutte, di morti di fame, di pittori, scultori, pederasti, cinematografari, lesbiche e forestieri che siedono in permanenza dentro e fuori i locali.

Il bisogno di dire qualcosa: “Amado mio” di Pier Paolo Pasolini.
Non ce ne vogliano gli estimatori di Pasolini (tra l’altro non vediamo e non capiamo il perché), ma le paure che lo scrittore esprime saranno le stesse che segneranno la sua arte e la sua vita.

Ha raccontato la morte: “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.
La trama de Il deserto dei Tartari è questa: Giovanni Drogo, tenente di prima nomina è destinato a raggiungere Forte Bastiani. La fortezza, enorme, gialla, situata ai limiti del deserto

L’improbabile diventa possibile: “Ernesto” di Umberto Saba.
Il piccolo romanzo nasce nella clinica romana Villa Electra, dove Saba si trovava nella primavera-estate del 1953. Sin dalle prime battute il testo si preannuncia doloroso.

Un romanzo di attese: “La raganella” di Fernando Tempesti.
Allora, il romanzo in questione è del 1959. Se io fossi stato un adulto, in quel tempo, lo avrei comprato? Beh, al di là dei gusti personali e di scelte personali, la risposta non è per niente semplice.

Vedi Napoli e poi muori: “Gesù, fate luce” di Domenico Rea.
In realtà l’introduzione al pezzo è errata (ma davvero quanto è carina). I personaggi che Rea descrive in questo suo secondo libro di novelle (il primo fu Spaccanapoli, successo di critica, ma pochissimo di pubblico) appartengono a entità geografiche sì campane, ma di diversa natura.

Più che dicerie, verità assolute: “Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino.
Ma perché, un autore di 61 anni (e per questo ringraziamo Sciascia che s’interessò personalmente al debutto letterario di Bufalino) esordisce con una storia la cui unica protagonista (se proprio vogliamo chiamarla così?) è la morte?

Un militare fornito d’ironia: “Ippolita” di Alberto Denti di Pirajno.
Ecco il libro più fortunato di Alberto Denti di Pirajno. E qualcuno di voi potrebbe dire (se non addirittura gridare): Denti di Pirajno chi?

La solitudine di non si sa quale numero: “La finta sorella” di Massimo Franciosa.
Dicevano i latini (in verità per noi mortali un quasi sconosciuto, Publilio Sirio): Anche un solo capello fa la sua ombra. Che non è per niente una cosa ovvia.
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